Traumatologia dello sport, i progressi degli ultimi anni

In che modo la traumatologia dello sport ha migliorato la carriera degli atleti professionisti e non…

Quando si pensa alla traumatologia dello sport, vengono in mente le immagini di campioni famosi che sono stati costretti ad interrompere una splendida carriera a causa di un grave infortunio. Storie e ricordi che ci appartengono e che, negli anni, ci hanno emozionato, a volte persino commosso. Forse per questo sembrano non sbiadire.

Eppure, sono episodi sempre più rari e datati perché la traumatologia dello sport è un settore della medicina che ha compiuto molti passi avanti in questi anni. Non è un caso che oggi le carriere di calciatori, tennisti o giocatori di basket si allungano fino ai 40 anni e oltre. Traguardo impensabile fino a qualche anno fa quando, a 30 anni, si considerava un atleta già vecchio.

Proprio di recente, in occasione della serie tv “Divin codino”, Roberto Baggio ha dichiarato di aver provato un senso di sollievo quando ha detto addio al calcio perché troppo provato da tanti infortuni che, specie negli ultimi anni, ne avevano condizionato il rendimento. 

Tutti noi abbiamo negli occhi i suoi straordinari goal. Ma anche lui, come tanti atleti di altri sport, una volta spenti i riflettori, al rientro negli spogliatoi (e nei giorni immediatamente successivi ad una prestazione) avrà dovuto fare i conti con dolori, anche forti.

Traumatologia dello sport: le lesioni al ginocchio

I traumi sportivi sono causati da lesioni di differente entità come: 

  • Lesioni traumatiche causate da traumi diretti o macrotraumi
  • Sindromi da sovraccarico, causate da microtraumi ripetuti

Nel corso dell’attività̀ sportiva, infatti, è frequente assistere alla comparsa di una serie di lesioni traumatiche dei tessuti molli, conseguenza di ipersollecitazioni, continue e frequenti ma anche di infortuni precedenti non trattati adeguatamente.

Rispetto alle frequenti contusioni e ferite che si risolvono nel giro di pochi giorni, esistono traumi importanti e acuti come lesioni muscolari e articolari. Pensiamo alle ginocchia, che sono tra le parti più sollecitate in moltissime discipline sportive, e ai tanti infortuni che possono occorrere come:

  • lesioni del quadricipite femorale
  • lesioni dei muscoli ischio-crurali
  • lesioni articolari capsulo legamentose (in particolare il crociato anteriore e i legamenti collaterali del ginocchio)
  • fratture del piatto tibiale
  • lesioni e rotture del menisco mediale e laterale

Dalle comuni distorsioni alla tendinite rotulea (detta anche ginocchio del saltatore) fino alle lesioni del legamento crociato e alle fratture: sono tanti gli incidenti al ginocchio che possono condizionare le prestazioni di un atleta nelle più comuni discipline obbligandolo a lunghi periodi di stop.

Bisogna rilevare anche come traumi ripetuti al ginocchio, nello sportivo, portino spesso ad un deterioramento progressivo della cartilagine articolare e in questi casi un intervento medico tempestivo e attento diventa fondamentale sia per le prestazioni dell’atleta che nella prevenzione di ulteriori danni articolari. 

Traumi e sollecitazioni eccessive

Il menisco ha ruolo fondamentale per preservare le cartilagini articolari e sappiamo bene che è fondamentale, in caso di lesioni meniscali, preservarne la maggior parte possibile al fine di prevenire l’artrosi (un tempo, in caso di rottura di menisco, questo veniva asportato completamente sfociando poi in gravissime artrosi negli anni successivi). Oggigiorno si praticano infatti le suture meniscali o meniscectomie selettive.

Oltre ai traumi, quindi, bisogna stare attenti all’usura da sollecitazioni. La cartilagine articolare che riveste le estremità delle ossa consente loro di scivolare correttamente l’una sull’altra assicurando il normale movimento degli arti, ma le sollecitazioni eccessive (tipiche negli sport a livello agonistico sia per l’intensità che per l’esecuzione di gesti tecnici impegnativi o eseguiti in maniera non corretta) espone gli atleti a un progressivo processo di usura che può sfociare in un fenomeno di artrosi.

Il caso di Roger Federer

Pensiamo solo ad un campione come Roger Federer che un anno fa si è operato al ginocchio destro: un intervento in artroscopia che ha fatto seguito a quello subito nel 2016, questa volta al ginocchio sinistro, proprio per una lesione al menisco.

Due interventi che, probabilmente, qualche anno fa avrebbero portato un tennista non più giovanissimo ad appendere la racchetta al chiodo mentre il campione svizzero, alla soglia dei 40 anni, è tornato in campo nelle scorse settimane per poi giocare e vincere persino qualche turno al Roland Garros disputando partite lunghe al meglio dei 5 set prima di scegliere un periodo di riposo in attesa di altre competizioni importanti (probabilmente Wimbledon).

A questo proposito è bene sottolineare come una fase di riposo e la riabilitazione siano essenziali perché una lesione può̀ aggravarsi se la ripresa è troppo veloce, e in quel caso le ricadute possono spesso determinare complicazioni anche serie.

Il punto è che oggi anche un atleta non più fisicamente “integro” può pensare di avere una carriera lunga mantenendo le proprie performance su ottimi livelli nel tempo. Gli infortuni che interrompono le carriere esistono ancora ma sono sempre più rari. Merito dei progressi nella medicina dello sport e non solo…

I progressi nella traumatologia dello sport, nella riabilitazione e nelle tecniche di allenamento

I progressi nella traumatologia dello sport hanno permesso di prevenire, diagnosticare e trattare le lesioni che subiscono gli atleti in modo sempre più preciso e tempestivo, consentendo a questi ultimi di tornare quanto prima all’abituale pratica sportiva, mantenendo livelli di performance elevati nel tempo. 

Nella traumatologia dello sport non è solo l’eventuale intervento chirurgico a essere determinante, ma tutta la successiva fase di riabilitazione che permette il recupero dell’articolarità, dell’elasticità e della forza. La riabilitazione svolge sempre più un ruolo importante per un buon recupero dell’atleta. Questa  può essere svolta  anche in vista dell’intervento in seguito a un trauma, al fine di accelerare il recupero.

I progressi nella medicina dello sport e nella fase riabilitativa si accompagnano poi ad una maggiore attenzione agli allenamenti specifici. Prevenire gli infortuni è un obiettivo che si realizza anche attraverso il miglioramento della mobilità articolare, presupposto per un’esecuzione ottimale di qualsiasi gesto atletico, e al rispetto dei carichi di lavoro.

Una muscolatura adeguatamente sviluppata rispetto alla tipologia di disciplina sportiva è la forma di protezione più efficace per l’apparato locomotore e di sostegno. Nello sport, allenare la forza muscolare è un aspetto necessario per potenziare la capacità specifica di prestazione, per migliorare le capacità tecniche, per la preparazione fisica generale e anche per prevenire traumi.

Non solo campioni…

Infine, una curiosità: secondo un’indagine Istat del 2015, sono oltre 20 milioni gli italiani che dichiarano di praticare uno o più sport. Fra questi, il 24,5% lo fa in modo assiduo mentre il 10% in modo saltuario. Ed entrambi vanno, ovviamente, incontro al rischio di subire traumi e infortuni.

Ogni anno si verificano circa 300 mila infortuni e le aree più soggette sono proprio caviglia (27,1%), ginocchio (17,4%), mano e polso (13,3), testa (13%), spalla (4,9%)….

Gli sport con più infortuni? Calcio 46%, Basket 7.8%, Pallavolo 7.3% e Sci 5.7%.

I progressi nella medicina sportiva non rappresentano un beneficio solo per gli atleti professionisti che guardiamo in tv o nei palazzetti dello sport ma anche per tutte le persone che scelgono di praticare uno sport per passione o semplicemente per mantenersi in forma.

La frattura del femore negli anziani. A cosa dobbiamo stare attenti

Oltre al dolore e all’impotenza funzionale, possono insorgere stati di confusione e altre problematiche importanti. Come gestire correttamente la frattura del femore negli anziani?

La frattura del femore negli anziani – più tipica nelle donne in menopausa così come nella popolazione maschile al di sopra dei 75 anni – è un tema importante da approfondire.

Non solo perché si tratta di un evento molto frequente causato dall’osteoporosi, ma anche perché può scatenare altre problematiche serie che non bisogna assolutamente sottovalutare.

Come abbiamo avuto modo di sottolineare anche in altre occasioni, circa il 90% dei pazienti affetti da tale patologia ha più di 65 anni e questa è considerata la seconda causa di morte negli Stati Uniti dopo le malattie cardiovascolari.

Attenzione: in questi casi di pazienti anziani la frattura in sé non è generalmente la diretta causa di morte nell’immediato, ma può essere l’evento che rompe un equilibrio di per sé precario (i pazienti anziani sono soggetti fragili!) e può così portare al decesso nel corso dei mesi successivi a causa delle complicanze soprattutto legate all’allettamento.

Gestire correttamente la frattura di un femore nell’anziano è quindi essenziale per prevenire problemi anche di grave entità, che spesso ahimè restano conseguenze imprevedibili o comunque non prevenibili nonostante tutto l’impegno dei sanitari nel seguire le procedure correttamente.

La frattura del femore negli anziani

La frattura del femore nell’anziano spesso è la complicanza più grave di una caduta (anche di lieve entità) oppure può essere “spontanea” nel caso di traumi distorsivi all’anca in pazienti affetti da osteoporosi.

Nel primo caso, il paziente “cade e quindi si rompe il femore”; nel secondo il paziente “si rompe il femore e quindi cade”. Certamente, la prima fattispecie è la più frequente. 

Solitamente, la parte più soggetta a frattura di femore nell’anziano è il femore prossimale, o collo del femore, cioè quella parte più “in alto” del femore, generalmente identificata dal paziente col nome di anca. L’anca in realtà è una articolazione ed è quindi formata dalla giunzione articolare tra il femore prossimale e il bacino. 

Fratture pertrocanteriche e fratture intracapsulari (sottocapitate e mediocervicali)

Al pari delle altre fratture ossee, anche quella del femore può essere composta o scomposta. Tra le fratture di femore prossimale, esistono le fratture più laterali (le più frequenti sono quelle pertrocanteriche) e quelle più interne (tecnicamente “più mediali”) e le più frequenti sono quelle sottocapitate e quelle mediocervicali. Queste ultime causano la compromissione della vascolarizzazione e per questo richiedono l’impianto di protesi parziali o totali dell’anca.

In questi casi, solo raramente è possibile procedere con l’osteosintesi, cioè aggiustare la frattura tenendo insieme i due pezzi di osso rotto. Perché, essendo compromessa la vascolarizzazione della testa femorale, questa non potrà guarire e andrà incontro a necrosi, richiedendo successivamente l’impianto di una protesi all’anca.

Le fratture pertrocanteriche invece non richiedono la sostituzione completa dell’articolazione, bensì un’operazione di osteosintesi. Questa consiste nel ricomporre la frattura con l’inserimento di un chiodo endomidollare (cioè posizionato nel canale midollare del femore) o una placca. In questo caso il paziente non deve ricorrere alle protesi e manterrà la sua anca naturale.

Esempio di frattura sottocapitata

Frattura del femore negli anziani: il tempismo è fondamentale

Questo genere di fratture va trattato tempestivamente.

L’intervento deve avvenire possibilmente entro 48 ore dal trauma (o comunque dall’arrivo del paziente in ospedale) sia per limitare il dolore sia per ridurre la perdita di sangue ed il periodo di allettamento.

Il tutto compatibilmente con le condizioni di salute generale del paziente e ad eventuali controindicazioni all’intervento (ad esempio pazienti in terapia anticoagulante o pazienti con grave insufficienza renale o altre condizioni patologiche).

È infatti noto che, specie nelle persone nella fascia della terza età, un periodo di tempo immobilizzate a letto può portare a problemi alle vie respiratorie, infezioni alle vie urinarie, tromboflebiti, embolie polmonari, piaghe da decubito, perdita di massa muscolare che possono persino compromettere il recupero della condizione antecedente del paziente. 

Bisogna inoltre considerare che la complicanza più frequente dell’ospedalizzazione nell’anziano consiste nell’insorgenza di stati di delirium (cioè uno stato di confusione mentale o uno stato di sopore). I dati epidemiologici sul delirium riguardano prevalentemente la popolazione ospedalizzata e mostrano che questa patologia si manifesta nel 10-15% dei pazienti operati. 

Occhio ai sintomi

Se la frattura del femore è spontanea e non dovuta ad una  caduta, non sempre  è semplice comprendere a cosa sia dovuto il dolore. Un dolore acuto, che può essere localizzato, ma che può anche irradiarsi in altre parti del corpo.

Le fratture pertrocanteriche danno tipicamente un forte dolore alla parte inguinale e laterale della coscia e si possono riconoscere anche per un importante accorciamento dell’arto associato a fenomeni di extrarotazione del piede (cioè piede ruotato verso l’esterno).

Le fratture mediali causano un accorciamento dell’arto di minore entità e un dolore inferiore, prevalentemente inguinale. 

Intervenire tempestivamente sì, ma in alcuni isolati e rari casi di fratture mediali in presenza di scarso dolore e minima scomposizione si può eventualmente anche decidere di non intervenire chirurgicamente facendo osservare al paziente un periodo di riposo (cosiddetto letto-poltrona) per qualche mese dando il tempo alla frattura di guarire spontaneamente.

Che cosa altro è importante oltre all’intervento precoce?

Per sperare in una guarigione ottimale e al ritorno a una vita normale è fondamentale:

  • L’intervento precoce
  • Mettere in piedi il paziente il prima possibile
  • Un rientro al proprio domicilio con ritorno delle ordinarie occupazioni. Senza dimenticare il ruolo fondamentale della riabilitazione muscolare e neuromotoria.

Perché questa “epidemia” di fratture di femore?

Per dare qualche numero rappresentativo dell’entità del fenomeno vi dico che: 

  •  Uno studio USA evidenzia che attualmente vengono trattate annualmente 250.000 fratture del femore nel paziente over 65, con una proiezione per il 2040 pari al doppio.
  • In Italia nel 2007 le fratture di femore nell’anziano sono state 92.000, pari a circa il 75% delle fratture in tale tipologia di paziente, con un costo attuale di 590 milioni di euro legati alla sola ospedalizzazione”

Ma perché un tale aumento?

La risposta è da ricercare nell’aumento dell’età media della popolazione e al cambio degli stili di vita. La vita sedentaria e le diete ricche di alimenti grassi e poco salutari causano un ulteriore aumento dell’incidenza dell’osteoporosi. Per darvi gli ultimi due numeri:

  • Il 20% della popolazione mondiale ha un’età superiore ai 65 anni. Percentuale che aumenterà al 45% nel 2050, con punte del 57% nei paesi più industrializzati.
  •  L’Italia è il secondo Paese, dopo il Giappone, con la più alta percentuale di soggetti di età maggiore di 65, pari al 21% e destinata a divenire il 39% circa nel 2050.

Cartilagine: si può rigenerare? E come?

Come si può favorire la rigenerazione della cartilagine del ginocchio e proteggere le nostre articolazioni

 

La cartilagine si può rigenerare? Quella sulla rigenerazione della cartilagine è una delle domande che mi sento rivolgere più di frequente dai miei pazienti. Non a caso, è uno dei quesiti più digitati anche online insieme ad altre domande del tipo: “Perché si consuma la cartilagine”, “cosa mangiare per rigenerare la cartilagine” ecc.

Procediamo con ordine e proviamo a fare un po’ di chiarezza sull’argomento.

La cartilagine si può rigenerare?

La risposta, al momento, è no.

Tutti sappiamo che la funzione la cartilagine è quella di proteggere le articolazioni e i loro movimenti ricoprendo le ossa e rendendo i movimenti fluidi e indolore e ammortizzando gli urti. Quello che è meno noto è che, essendo un tessuto poco vascolarizzato, ha delle capacità rigenerative ridotte.

Ma come stimolare al massimo le potenzialità rigenerative?

Fino a qualche anno fa, una delle tecniche più utilizzate era quella di stimolare l’osseo producendo delle micro-fratture. Con questa metodologia, si andavano a creare dei piccoli buchi nell’osso sottostante alla cartilagine del ginocchio danneggiata per provocarne il sanguinamento così da richiamare cellule della riparazione che potessero riparare anche la cartilagine.

Questa tecnica oggi è superata: i risultati, infatti, non erano del tutto soddisfacenti dal momento che la cartilagine che si formava attraverso le micro-fratture non ha le stesse caratteristiche del tessuto cartilagineo normale.

Come favorire la rigenerazione della cartilagine

Ecco perché mi è già capitato di sottolineare l’utilità del trattamento con cellule staminali mesenchimali (MSC) per la rigenerazione della cartilagine del ginocchio. Possiamo definirla come la nuova frontiera nella gestione terapeutica delle lesioni cartilaginee. 

In sostanza, il medico preleva le cellule dal grasso del paziente, filtrandole e iniettandole dove è presente il problema per stimolare la rigenerazione del tessuto con ottimi risultati specie nelle fasi iniziali della malattia. 

Questo perché numerosi studi hanno dimostrato che le cellule adipose presenti nel nostro corpo hanno un elevato potenziale rigenerativo.

Non bisogna però pensare che questa metodica sia miracolosa. È utile per dare un importante stimolo antiinfiammatorio il cui effetto benefico può durare per un anno o più, e possono dare uno stimolo in senso riparativo alle cartilagini. Ma di certo non possono permetterne una rigenerazione.

Negli ultimi anni si stanno inoltre diffondendo sempre più delle tecniche, peraltro già sperimentate anni addietro e sempre fallite, di trapianti di cartilagine. Sinceramente le ho sperimentate in passato per poi abbandonarle, e benché ci siano state alcune evoluzioni nelle ultime formulazioni, io resto comunque ancora scettico.

Cosa mangiare per rigenerare la cartilagine

Le lesioni della cartilagine si possono prevenire? E ancora: esistono dei consigli pratici per stimolare la rigenerazione?

Le domande sono in qualche modo sovrapponibili e hanno numerosi punti in comune. Iniziamo col dire che per stimolare la rigenerazione l’alimentazione svolge un ruolo importante e a tavola possiamo fare molto per la salute delle nostre articolazioni e non solo.

Come? 

Non è necessario investire in costose diete a base di superfood o alimenti esotici difficili da reperire. La dieta mediterranea è un ottimo punto di partenza per prendersi cura della cartilagine.

Questo perché si tratta di un’alimentazione varia ed equilibrata che combatte il sovrappeso e che prevede l’utilizzo di alimenti e condimenti come pesce, cereali e olio d’oliva che contribuiscono a ridurre le forme infiammatorie.

Sono utili anche frutta, frutta secca e verdure grazie al loro contenuto di Vitamina E, fibre e calcio. Insomma, una dieta equilibrata che riduca il consumo di sale e grassi.

Esistono poi i condroprotettori, ovvero gli integratori alimentari che favoriscono la protezione della cartilagine da una eccessiva usura che può portare poi all’artrosi. 

Sull’efficacia reale di questi integratori esistono studi contrastanti. Di certo non fanno male e non hanno effetti collaterali. Anzi, in linea di massima hanno effetti positivi. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare l’artrosi è una patologia che dipende da tanti fattori, quindi, se l’obiettivo è prevenire l’artrosi, il risultato finale non è garantito.

Tuttavia, come ho sottolineato in precedenza, una dieta equilibrata e un’alimentazione sana secondo i principi della dieta mediterranea è senza dubbio utile ad evitare il sovrappeso che causa stress eccessivo alle articolazioni degli arti inferiori.

Ecco perché, senza troppi sforzi, anche i pazienti possono fare la loro parte per prevenire lesioni della cartilagine e stimolarne la rigenerazione.

Come preparare la sala operatoria per un intervento di protesi d’anca

Garantire sterilità, ottimizzare tempi e coordinare al meglio il lavoro durante l’intervento di protesi d’anca: come preparare la sala operatoria [Video].

 

Preparare la sala operatoria in vista di un intervento di protesi d’anca è un’operazione essenziale ma spesso sottovalutata, o almeno poco conosciuta.

Mi imbatto di frequente in amici o conoscenti che fantasticano su come possa essere l’ambiente in sala operatoria. 

Ed è per questo che ho preparato questo breve video in time-lapse, che riassume in poco più di un minuto il lavoro di circa due ore, tra preparazione della sala e intervento di protesi. Un documento che può essere utile per comprendere davvero quello che accade in sala.

Guarda il Video

Sala operatoria: quello che pensano i pazienti

Molti immagino la sala operatoria come una sorta di speciale stanza di passaggio, passata la quale ogni casa è perfettamente sterile e senza batteri.  

Non è così. La realtà è ben diversa da questo scenario quasi fantascientifico. 

I batteri e i virus sono ovunque e non è pensabile di eliminare tutti i microrganismi da un ambiente nel quale siano presenti contemporaneamente degli esseri umani, la cui pelle e le cui mucose sono colonizzate da microbi.

La sterilità negli interventi è garantita dalla preparazione del campo operatorio sterile, allestito da infermieri specializzati e chirurghi. 

Come preparare la sala operatoria

Per prima cosa, l’operatore deve effettuare un particolare lavaggio di circa 5 minuti con un disinfettante che pulisca mani e avambracci in profondità.

Solo dopo, si può iniziare a preparare paziente e allestire la zona di lavoro. Si pulisce la cute dell’arto da operare con una soluzione disinfettante e si allestiscono dei tavolini coperti con teli sterili dove poggiare gli strumenti.

Camici, cappellino, mascherine e i copri-calzari in tessuto verde sono semplicemente puliti (ma non sterili), mentre tutti i teli, tavoli, caschi e camici di colore azzurro sono invece stati sterilizzati. 

Questo significa che gli operatori che non sono vestiti di azzurro non possono toccare la zona dove si effettua l’incisione. 

Possono comunque entrare in sala operatoria. Anche se, a intervento iniziato, è sempre meglio che non ci sia troppo “viavai” in sala proprio per mantenere le migliori condizioni igieniche.

All’inizio del video noterai che gli infermieri di sala, dopo aver preparato i tavoli coperti con i telini azzurri, cominciano ad aprire tutti quegli strumenti monouso che sono dentro apposite buste che li rendono sterili e, senza toccarli (così come non vengono toccati i telini azzurri sterili) devono appoggiare gli strumenti sui tavolini. 

I “ferri del mestiere” e l’autoclave

Gli scatoloni di metallo che vedi sono invece i contenitori con tutti “i ferri” per le operazioni di protesi. Questi contenitori vanno maneggiati con cautela perché ciò che vi è all’interno è appena uscito dall’autoclave ed è quindi perfettamente sterile. 

Terminata l’operazione all’anca, gli strumenti vengono nuovamente inseriti nell’apposita autoclave per sterilizzare e preparati per li prossimi interventi.

L’autoclave non è altro che un recipiente a pressione che effettuare un processo di sterilizzazione mediante vapore saturo (intorno ai 120/130 °C) ossia la completa inattivazione di tutti i microrganismi sulle superfici esterne e interne degli strumenti destinati alle attività sanitarie.

Solo quando gli strumenti sono tutti pronti, si porta il paziente anestetizzato in sala e si prepara l’arto affinché la zona da incidere sia sterile e perfettamente isolata dalle altre porzioni del corpo che sono invece “contaminate”. 

Via all’intervento di protesi d’anca

A questo punto si posiziona correttamente la lampada scialitica si avvicinano gli strumenti chirurgici e inizia quindi l’intervento vero e proprio.

Sebbene la modalità accelerata in time-lapse può rendere difficile la comprensione della sequenza di ciò che accade, ci tenevo a darvi l’idea di quanto lavoro vi sia dietro ad ogni intervento al fine di garantire che tutto vada per il meglio. E questo articolo rappresenta anche un modo per ringraziare di cuore tutti i medici e gli infermieri che collaborano con me e che rendono possibile ogni operazione nel migliore interesse dei pazienti.

Perché effettuare una visita specialistica ortopedica per patologia dell’anca

Una visita specialistica ortopedica all’anca è fondamentale per accertare il tipo di problematica e valutare se è necessaria una protesi. Ecco come si svolge la visita…

 

In ambito medico, e ancor più in quello ortopedico, nonostante la recente invasione della tecnologia, la visita medica è sempre fondamentale per fare diagnosi. Specificamente in caso di disturbi all’anca la visita specialistica ortopedica è assolutamente indispensabile per capire il problema ed ottenere una diagnosi corretta.

Da sempre, come insegnava il mio maestro:

non si deve fare diagnosi su una lastra o su una risonanza magnetica! 

 In questo articolo proverò a spiegare perché effettuare una visita ortopedica all’anca sia così importante al fine di una corretta diagnosi dell’artrosi dell’anca, cioè la coxartrosi. 

La diagnosi differenziale

 La fase di diagnosi differenziale è basata su:

  • anamnesi: la storia del disturbo
  • esame obiettivo: la visita
  • eventuali esami strumentali consigliati dallo specialista (e non da effettuare “a caso”).

 

Un dolore inguinale, frequente in caso di coxartrosi, non è solo dovuto all’ usura della cartilagine, ma può anche dipendere da una tendinite dell’ileopsoas o da una tendinite dei muscoli adduttori e del muscolo retto addominale (pubalgia).  

Oppure può esserci un’infiammazione ossea con edema osseo a livello della testa femorale, o, ancora, una più grave necrosi della testa femorale. Con un intervento tempestivo si potrebbe bloccare e limitare l’evoluzione in artrosi.

Il dolore anteriore alla coscia frequentemente è una cruralgia, cioè un’ infiammazione del nervo femorale che dipende quindi da una patologia della colonna vertebrale a livello lombare.

Altresì un dolore laterale alla coscia, sul trocantere (cioè quella zona che i pazienti mi descrivono generalmente come “anca”), difficilmente è una coxartrosi, ma più facilmente sarà una tendinite dei glutei o degli altri muscoli che si inseriscono sul grande trocantere. 

È chiaro che una diagnosi corretta può salvare da interventi inutili e potrebbe inoltre consentire una terapia preventiva, che limiti una degenerazione dell’articolazione.

Quando la diagnosi è di artrosi conclamata, allora diventa indispensabile un intervento di sostituzione con una protesi d’anca.  È importante intervenire nei tempi giusti per non compromettere altre strutture dell’organismo, ricordandosi che è molto raro che una patologia degenerativa di anca che richieda una protesi rappresenti un’urgenza.

 

Cosa è importante valutare nella visita specialistica ortopedica all’anca

foto zoppia visita specialistica ortopedica all'anca

Ma in cosa consiste una visita ortopedica all’anca? 

Iniziamo col dire che durante il controllo clinico, lo specialista ortopedico dovrà valutare alcuni aspetti per capire la reale entità del problema all’anca. Per prima cosa dovrà osservare il paziente mentre cammina per accertare se c’è un problema di zoppia causato dal dolore all’anca.

Se il paziente dovesse zoppicare, è importante stabilire il tipo di zoppia presente. Ne esistono infatti due forme principali:

  • Zoppia da insufficienza muscolare glutea: provoca una inclinazione del bacino dal lato opposto rispetto all’arto con muscolatura insufficiente. Questo induce a un’inclinazione del tronco dal lato stesso dell’insufficienza muscolare al fine di bilanciare l’inclinazione del bacino. Questo si chiama segno di Trendelemburg 

 

  • Zoppia di fuga. Ovvero quando il paziente effettua un passo rapido e breve perché quando appoggia la gamba dolente al suolo avverte dolore.

Durante la visita ortopedica, lo specialista dovrà anche valutare un’eventuale dismetria, vale a dire la differente lunghezza arti inferiori che può essere causata dal consumo delle componenti dell’articolazione.

Valutare il grado di movimento dell’articolazione

movimento articolazione anca

Terminati questi primi accertamenti, la visita ortopedica all’anca si focalizza sul cosiddetto “range of motion”, ovvero il grado di movimento dell’articolazione. 

Bisogna testare:

  • Flessione-estensione
  • Rotazioni interna ed esterna
  • Adduzione e abduzione (cioè avvicinare e allontanare l’arto dall’asse del corpo)

Questo aspetto merita un piccolo approfondimento. 

Se flessione ed estensione sono i movimenti tipici di un’articolazione e di più facile apprezzamento da parte del paziente, valutare attentamente la rotazione è fondamentale nella diagnosi di artrosi dell’anca perché una limitazione della rotazione interna rappresenta spesso un segnale tipico e di esordio di questa patologia.

Diversamente da quel che comunemente si pensa, i problemi di artrosi all’anca si concretizzano con dolori localizzati nella parte inguinale e non sulla zona laterale, cioè quella del trocantere.

Quali sono gli esami più importanti da effettuare

Nel caso di patologia artrosica dell’anca, una semplice radiografia (RX) è spesso sufficiente per valutare l’entità del consumo cartilagineo e quindi stabilire se è necessario un intervento chirurgico o meno. 

Nella maggior parte dei casi basta dunque un semplice esame di primo livello come la RX.

Nell’eventualità poi in cui la radiografia non sia sufficiente a fugare ogni dubbio, si può ricorrere ad esami di secondo livello come la risonanza magnetica. A quel punto lo specialista ortopedico avrà in mano tutti gli elementi di cui ha bisogno per valutare l’entità e la natura del problema e stabilire il percorso di cura migliore per il paziente.

Avere difficoltà a camminare o correre piuttosto che avvertire dolori muscolari o articolari sono sicuramente motivazioni più che sufficienti per rivolgersi ad uno specialista ed effettuare una visita ortopedica senza perdere tempo.

 

Dieta anti artrosi: curcuma e olio per rafforzare le articolazioni?

Lo sai che alcuni alimenti, come la curcuma e l’olio d’oliva potrebbero avere effetti benefici sull’artrosi? Scopri di più sulla “dieta anti artrosi”

Esiste una dieta anti artrosi? Senz’altro ci sono degli alimenti che possono contribuire a rafforzare le nostre articolazioni come confermano alcune pubblicazioni recenti.

Prima di proseguire, è necessario ricordate che cosa è esattamente l’artrosi. Si tratta di un processo degenerativo a carico delle articolazioni caratterizzato da una progressiva distruzione della cartilagine articolare che si manifesta con un dolore progressivo e una disabilità sempre più importante dovuta alla rigidità articolare (scopri qual è la differenza tra artrosi e artrite).

Delle recenti pubblicazioni hanno evidenziato che alcuni alimenti potrebbero avere degli effetti positivi per il mantenimento in buono stato delle cartilagini e quindi per l’artrosi. Tra questi spiccano:

  • la curcuma

  • l’olio d’oliva (coi suoi derivati).

La curcuma per prevenire l’artrosi?

La Curcuma longa (più semplicemente Curcuma o zafferano delle indie) è una sostanza di color giallo comunemente usata come colorante per cibi o come ingrediente del curry.

In realtà, la Curcuma ha una lunga storia di utilizzo nella medicina complementare e alternativa. Da tempo si crede abbia effetti positivi su problematiche come l’artrosi, i disturbi gastro-intestinali, le infezioni respiratorie e addirittura sui tumori.

Ma è davvero così? Va detto che esistono alcune prove scientifiche che mostrano come la curcuma abbia effetti:

  • anti-infiammatorio

  • antitrombotico

  • antiossidante

  • antimicrobico

Uno studio del 2017 condotto negli USA ha provato a dare una prima risposta autorevole alla domanda se la curcuma aiutasse a prevenire l’artrosi. In realtà gli studiosi alla fine dell’articolo concludono di essere abbastanza scettici a causa della scarsa evidenza scientifica dei risultati ottenuti.

Da alcune indagini precedenti, infatti, sembrava che la curcuma avesse effetti sovrapponibili ai condroprotettori o addirittura ai farmaci anti-infiammatori non steroidei (FANS). Ma lo studio americano afferma che queste relazioni andrebbero ulteriormente approfondite con studi di potenza maggiore.

Olio d’oliva contro l’artrosi

Più certi invece sembrano essere i risultati di uno studio del 2017 condotto in Malesia riguardante l’effetto dell’olio d’oliva e dei suoi derivati in una dieta anti artrosi.

L’olio extra-vergine d’oliva, ingrediente tipico della dieta mediterranea e presente oramai sulla tavola di tutti gli italiani, è già noto per gli effetti positivi sul sistema cardiovascolare.

Con le sue proprietà anti-infiammatorie, antiossidanti e vasodilatatrici ha un ruolo importante nel ridurre l’aterosclerosi e quindi le malattie come l’ictus e l’infarto. In questo studio si evidenzia come le sue proprietà benefiche vengano esplicate anche sulle articolazioni.

Lo studio malese afferma infatti che l’olio d’oliva e i suoi derivati hanno mostrato un potenziale nel prevenire i danni cartilaginei dovuti all’artrosi, grazie ai suoi particolari effetti antiossidanti e anti-infiammatori.

In particolare il contenuto di idrocortisolo aumenterebbe la sopravvivenza dei condrociti (cellule della cartilagine). Lo studio suggerisce quindi che il consumo di questi prodotti, associato ad altri approcci terapeutici come l’attività fisica moderata, può essere usato per ritardare la progressione dell’artrosi.

Non possiamo affermare che esista una dieta anti artrosi. Tuttavia, alcuni alimenti come l’olio d’oliva (già ampiamente diffuso sulle tavole degli italiani) e una spezia come la curcuma, che viene sempre più insistentemente annoverato tra i “superfood”, possono contribuire a rafforzare le nostre articolazioni.

Certamente questi cibi, associati ad uno stile di vita sano e ad un controllo del peso sono strumenti di prevenzione importanti. Non a caso si dice che la salute comincia a tavola.

 

Tendinite rotulea, l’importanza della fisioterapia per il ginocchio del saltatore

La fisioterapia ha un ruolo fondamentale nella guarigione della tendinite rotulea (nota anche come ginocchio del saltatore). Ecco perché…

 

La tendinite rotulea, conosciuta anche come ginocchio del saltatore, è un disturbo che può “perseguitare” tanti sportivi, in particolare i pallavolisti o i cestisti, compromettendone le prestazioni in campo.

Si tratta di problemi piuttosto fastidiosi ma che, in molti casi, possono risolversi con degli esercizi mirati di fisioterapia senza dunque dover ricorrere alla chirurgia.

Cosa è la tendinite rotulea e quali sono i sintomi

La tendinopatia del rotuleo (o tendinite patellare) è una sindrome caratterizzata da dolore e disfunzione del tendine rotuleo che colpisce gli atleti saltatori dall’adolescenza fino anche ai 30 anni.

Il perché affligga particolarmente atleti di basket e volley è piuttosto semplice. Infatti, nell’azione di atterraggio dopo il salto, l’articolazione del ginocchio viene particolarmente stressata. Questo sovraccarico, unito ad altri fattori e ad una muscolatura del ginocchio non sufficientemente tonica causa dei microtraumi che, nel tempo, favoriscono l’insorgere di questa infiammazione del tendine.

In una fase iniziale i sintomi principali sono:

  • gonfiore del ginocchio

  • irrigidimento durante l’attività fisica

  • dolore sotto la rotula

  • sensazione di affaticamento nella zona del quadricipite

Quando questi sintomi si aggravano, possono arrivare a complicare anche semplici attività del quotidiano come fare le scale, accovacciarsi, alzarsi da una sedia o da un divano e perfino stare a lungo seduti.

Il trattamento del ginocchio del saltatore

Il trattamento chirurgico di questa tendinopatia può implicare una lunga riabilitazione e potrebbe essere in definitiva comunque scarsamente efficace sulla patologia. Ecco perché si tende a preferire un approccio conservativo tramite fisioterapia.

Se la problematica di infiammazione del tendine non è sempre risolvibile, diverso è il discorso per i sintomi della patologia quali il dolore, che generalmente possono scomparire o migliorare notevolmente con la fisioterapia.

Quindi, l’operazione chirurgica si prende in considerazione solo in caso di dolore cronico ed esclusivamente se il primo approccio con la fisioterapia non offre risultati soddisfacenti.

Fisioterapia per la tendinopatia del rotuleo, uno studio ha rivelato che…

Uno studio australiano del 2014 ha voluto fare il punto della situazione per individuare la miglior gestione della patologia mediante approccio conservativo non chirurgico, cioè fisioterapico.

I risultati sono molto interessanti (per leggere lo studio completo, Clicca Qui). Ecco in breve i punti salienti

I protocolli di studio prevedevano:

  • esercizi di rinforzo

  • esercizi di riduzione del dolore

  • allenamento specifico mirato al rientro allo sport

I pazienti venivano monitorati quotidianamente con un test specifico per valutare il livello di dolore e quindi la risposta del tendine agli esercizi proposti.

Lo studio ha permesso una migliore conoscenza della patologia, anche se restano da risolvere ancora alcune questioni.

Il fattore più importante nella gestione di atleti con tendinopatia del rotuleo è risultato essere l’educazione su come modificare il carico di lavoro in base ai sintomi percepiti.

Questo aspetto è fondamentale per assicurarsi che atleti e addetti ai lavori in ambito sportivo comprendano come aumentare o ridurre il carico in modo appropriato per valutare e modificare i fattori intrinseci o estrinseci che possono contribuire al sovraccarico tendineo.

Altre possibilità terapeutiche oltre a fisioterapia e chirurgia?

Si, esiste anche un’altra possibilità e si chiama medicina rigenerativa. Mi riferisco in particolare al PRP e alle cellule staminali mesenchimali. Clicca qui per saperne di più.

Una visita specialistica dall’ortopedico è essenziale per la diagnosi della tendinite del rotuleo.

Scopri come contattarmi e dove effettuare la tua visita in Lombardia, Liguria e Sicilia.

Prevenire l’artrosi è possibile?

Ecco una serie di consigli utili per ritardare il più possibile l’usura e l’invecchiamento delle articolazioni. Come prevenire l’artrosi…

 

Prevenire l’artrosi è possibile? Tanti pazienti si chiedono se esistano dei metodi o dei trattamenti specifici per evitare l’insorgere di questa malattia.

L’artrosi è una patologia degenerativa che comporta il graduale deterioramento della cartilagine articolare, uno specifico “rivestimento” delle ossa a livello delle articolazioni che permette il movimento con un ridotto attrito e che ammortizza gli impatti e il carico sulle articolazioni stesse.

Questa cartilagine articolare viene quindi progressivamente usurata con esposizione del tessuto osseo sottostante: i movimenti delle articolazioni diventano così meno fluidi, più difficoltosi e, soprattutto, causa di forti dolori.

Scopri che cosa è l’artrosi dell’anca e come si cura

 

Prevenire l’artrosi è possibile? Una precisazione importante

In realtà, non esiste un trattamento o un comportamento specifico che permette di scongiurare certamente l’insorgenza dell’artrosi. Se un soggetto è predisposto a livello genetico a sviluppala, questa farà comunque la sua comparsa.

Ma si tratta di una patologia multifattoriale, cioè causata dall’interazione di fattori non-modificabili (cioè la predisposizione genetica… o, se vogliamo dirla molto volgarmente, la “sfortuna”) e fattori ambientali o modificabili (come ad esempio lo stile di vita, i traumi, l’alimentazione).

Il modo migliore per prevenire l’artrosi?

Adottare uno stile di vita sano. Una risposta generica che merita un approfondimento.

Come prevenire l’artrosi in modo semplice ed efficace con uno stile di vita sano

In questa ottica, l’aumento del tasso di obesità causerà certamente un aumento delle forme di artrosi nei prossimi anni. Dobbiamo considerare che oggi, in Italia, il 36,8% dei bambini fra i 5 e i 19 anni è sovrappeso; un aumento di quasi il 40% rispetto al 1990 (Dati rapporto Unicef La condizione dell’infanzia nel mondo 2019).

Proprio così. sovrappeso e obesità non sono solo correlati a un maggiore rischio di sviluppare malattie cardiovascolari, diabete e persino alcune forme di tumore, ma possono essere molto dannose per le nostre articolazioni.

Ecco perché, quando parlo di stile di vita sano, mi riferisco essenzialmente a questi aspetti:

  • Alimentazione sana e ricca di elementi antiossidanti che aiutano a ridurrelo stress ossidativo dei tessuti in generale e quindi anche delle cartilagini, aiutando a preservarle in buono stato

  • Controllo del peso per ridurre il carico sulle articolazioni

  • Pratica di attività fisica per il mantenimento di un buon tono muscolare che, ancora, riduce il sovraccarico sulle articolazioni

  • Effettuare esercizi di stretching per mantenimento di un buon movimento articolare

  • Prevenzione di traumi alle articolazioni (in questo caso si parla di artrosi post-traumatica). Leggi questo articolo per saperne di più su questa forma di artrosi.

Quindi fare sport può aiutarti a prevenire l’artrosi?

Sì, ma solo se la pratica è moderata e controllata. Perché, al contrario, un esercizio fisico troppo intenso avrà l’effetto contrario, sollecitando eccessivamente le articolazioni e favorendo così la comparsa di questa patologia.

Ecco perché consiglio sempre di non improvvisarsi sportivi fai da te ma di seguire un programma di lavoro graduale e redatto da professionisti in base all’età, agli obiettivi e alle condizioni fisiche di ciascuno.

In caso di forme leggere e iniziali di artrosi, un’attività fisica mirata e un percorso fisioterapico possono fare davvero molto per alleviare il dolore e non perdere funzionalità.

Artrosi ad anca e ginocchio: l’intervento chirurgico

Nel caso in cui, nonostante questi accorgimenti, il paziente avverta comunque un dolore invalidante a tal punto da ridurre notevolmente la sua qualità di vita, allora la strada da intraprendere potrebbe essere quella della chirurgia.

Infatti, come abbiamo già visto in altre occasioni, l’evoluzione dell’artrosi dell’anca (coxatrosi) e del ginocchio può portare le persone affette da queste patologie a doversi sottoporre a interventi chirurgici per l’impianto di protesi.

Questa è tuttora la soluzione più efficace per ridurre il dolore e permettere all’articolazione di riacquistare una buona funzionalità.

Ma, ci tengo a sottolinearlo, la chirurgia protesica è una chirurgia sostitutiva che deve rappresentare sempre l’ultima strada da percorrere in seguito al fallimento delle altre terapie non chirurgiche. Una volta sostituita la propria articolazione con una protesica, non è più possibile tornare indietro!

L’unico intervento chirurgico preventivo per l’artrosi è invece l’osteotomia correttiva di ginocchio, volta a “raddrizzare le ginocchia storte” che inevitabilmente andrebbero incontro a una usura più precoce dovuta a una distribuzione meno equilibrata dei carichi. Qui puoi scoprire di più su questo intervento

Conclusioni

Le cause che portano all’insorgenza dell’artrosi sono in parte ignote, quindi non esiste un metodo sicuro per prevenirla. Tuttavia, sappiamo con certezza quali sono i fattori che possono provocare la comparsa precoce dei primi sintomi. E anche quali i comportamenti virtuosi che favoriscono il corretto funzionamento delle nostre articolazioni.

Anche se non si ha mai avvertito alcun sintomo, il consiglio è sempre quello di adottare da subito uno stile di vita sano e corretto controllando il peso e praticando attività fisica moderata.

 

Quanto dura una protesi d’anca e che materiali si utilizzano

Quale è la durata media di una protesi d’anca ad oggi? Esistono differenze sostanziali nei materiali con cui viene realizzata la protesi? Scopriamolo…

Se devi sottoporti ad un intervento di protesi d’anca oppure ti è appena stata impiantata una protesi, probabilmente ti interesserà sapere quanto dura negli anni una protesi e quali sono i materiali utilizzati per realizzarla.

Ovviamente, questi sono temi fondamentali che qualsiasi chirurgo ortopedico e traumatologo deve chiarire con il proprio paziente prima di un’operazione.

Tuttavia è utile fare chiarezza anche per comprendere come le innovazioni tecnologiche in fatto di tecniche e materiali possano allungare notevolmente la durata di una protesi (come avevo sottolineato nel corso di questa intervista pubblicata su Il Giornale a seguito del congresso dell’Associazione degli ortopedici statunitensi 2017) assicurando la massima sicurezza per il paziente per molti anni.

Ma oggi c’è anche altro di cui parlare…

Quanto tempo dura una protesi d’anca?

Le statistiche sulla durata di una protesi d’anca sono diverse. Tuttavia possiamo affermare che la durata media un impianto realizzato a regola d’arte, in un paziente che pratica uno stile di vita corretto, è superiore ai 20 anni.

Naturalmente ci sono diversi fattori che incidono sulla sua longevità come ad esempio:

  • Traumi subiti

  • Peso

  • Sollecitazioni eccessive

  • Distacco delle componenti della protesi dall’osso

Ecco perché, poco fa, ho accennato allo stile di vita. Dobbiamo considerare che le prime protesi impiantate, ormai quasi un secolo fa, venivano realizzate in vetro e questo ci fa capire quanto la durata di un simile materiale fosse ridotta nel tempo.

Tutti i materiali sono soggetti ad usura, ma oggi le innovazioni tecnologiche in questo campo offrono indubbi vantaggi in termini di resistenza, flessibilità e leggerezza. Pensiamo solo che due sportivi come i tennisti Andy Murray e Bob Bryan sono stati operati all’anca al pari di molti altri personaggi famosi che compiono una vita particolarmente attiva.

Definire la durata di una protesi d’anca, quindi, è questione di materiali. Quali sono quelli più utilizzati oggi? Scopriamolo insieme.

Protesi d’anca, quali materiali si utilizzano

Capita spesso che i pazienti mi chiedano quale sia la protesi migliore per il loro caso. La verità è che non c’è una risposta esatta ed una sbagliata in assoluto.

Piuttosto, dobbiamo dire che ogni tipologia di protesi oggi è potenzialmente ottima sia in termini di affidabilità che di sicurezza. Certo, i materiali con cui si realizzano possono essere diversi così come le tecniche di realizzazione dell’intervento. Ogni tipologia presenta delle caratteristiche che la rendono ideale o meno al tipo di paziente e alla geometria della sua anca.

Fino a 20 anni fa venivano utilizzata soprattutto le protesi di tipo cementato mentre oggi questa tipologia viene impiegata quasi esclusivamente nei pazienti molto anziani con un osso di bassa qualità in termini di robustezza e resistenza alle sollecitazioni. Questo perché ci sono altri materiali che garantiscono una maggiore elasticità e autonomia nei movimenti senza rinunciare all’affidabilità come:

  • titanio

  • ceramica

  • polietilene

Ma quando si parla di materiali per le protesi d’anca di ultima generazione, il discorso è un po’ più complesso perché non esiste un solo materiale migliore di altri in assoluto ma ci si riferisce ad una combinazione di elementi: il tipo di stelo (la parte di protesi che viene impiantata nel femore) e il tipo di cotile (la parte viene impiantata nel bacino).

Non solo durata, ma anche comfort

Il chirurgo deve valutare attentamente lo spazio a disposizione e il tessuto muscolare per consentire alla protesi di inserirsi perfettamente e seguire i movimenti del corpo. E come abbiamo già detto, la scelta della combinazione di materiali dipende dall’età del paziente, dal tipo di patologia, dallo spazio a disposizione e da eventuali altre patologie presenti nel soggetto.

Perché lo studio dei materiali non è solo relativo alla loro longevità già particolarmente elevata, quanto piuttosto al loro comfort in termini di attrito durante il movimento. Ciò influisce sulla scelta dell’accoppiamento di materiali tra la superficie interna del cotile e la superficie della testina. Oggi i materiali più utilizzati sono l’accoppiamento ceramica-ceramica e l‘accoppiamento ceramica-polietilene.

Il perché è presto detto: la ceramica è un materiale molto liscio e inerte. Questo assicura un attrito minimo tra le componenti. Ma, allo stesso tempo, è un materiale relativamente fragile. Ecco perché vicino alla testina in ceramica si preferisce generalmente inserire un cotile realizzato in polietilene per conferire maggior sicurezza in caso di piccoli traumi o cadute, specie nei pazienti meno giovani.

Conclusioni

Insomma, le protesi d’anca oggi sono decisamente longeve anche perché vengono realizzate con materiali migliori rispetto a quelli che si utilizzavano in passato. Ma niente classifiche di materiali migliori o più duraturi. Perché è impossibile dire con esattezza quale sia l’opzione migliore per un paziente senza prima aver effettuato i dovuti studi del caso analizzando le radiografia dell’anca e aver esaminato attentamente ogni singolo caso clinico.

Il punto è che la durata dell’impianto protesico non dipende assolutamente dalla via d’accesso scelta (posteriore, anteriore o laterale diretta) bensì dalla corretta geometria di posizionamento delle componenti protesiche a dallo stile di vita adottato dal paziente.

Per massimizzare la durata nel tempo della protesi, bisogna scegliere la via d’accesso che permetta un posizionamento ideale delle componenti in base al tipo di paziente. Da parte sua, invece, il paziente dovrà avere riguardo della propria protesi facendo sì attività fisica, ma in modo cauto e responsabile.

Borsite trocanterica: cosa è e come si può curare

La borsite trocanterica è un’infiammazione a carico dell’anca molto diffusa tra le donne e gli atleti. Ecco come si può riconoscere e curare…

Hai mai sentito parlare di borsite trocanterica? Si tratta di un’infiammazione piuttosto diffusa e anche dolorosa che colpisce sia i pazienti adulti che quelli più giovani. È particolarmente diffusa tra le donne e tra chi pratica regolarmente sport e tra poco vedremo perché…

Prima però, vediamo come si può riconoscere questo disturbo.

Riconoscere la borsite trocanterica non è sempre facile

Spesso quando i pazienti avvertono un dolore alla parte laterale alta della coscia, temono che possa essere segno di un problema all’articolazione dell’anca. In realtà non è sempre così.

Anzi, spesso è più probabile che si tratti di borsite trocanterica, un problema infiammatorio della regione del trocantere, ovvero la parte più alta ed esterna del femore.

D’altra parte i dolori e fastidi in determinate parti del corpo si prestano spesso a fraintendimenti. Ad esempio, i pazienti generalmente non sono a conoscenza del fatto che le problematiche inerenti all’articolazione dell’anca causano un dolore tipicamente inguinale.

Un dolore all’inguine quindi può essere dipendente o da un inizio di artrosi (specie se il paziente ha più di 50 anni) altrimenti può dipendere da patologie meno gravi, come tendiniti dell’ileopsoas o pubalgie.

Il dolore nella regione del gluteo che invece il paziente tende ad attribuire all’anca, dipende più spesso dall’infiammazione di qualche muscolo come ad esempio il gluteo o il piriforme.

La regione trocanterica e le sue problematiche

Quando il dolore è laterale invece, è più spesso dipendente da problematiche della regione trocanterica. Il trocantere è una protuberanza ossea del femore nella sua parte più alta che dà inserzione a dei muscoli importanti per la mobilità dell’anca. La struttura anatomica è ben visibile nell’immagine qui sotto che illustra l’anatomia della regione del bacino.

 

Sul trocantere è presente una borsa, detta appunta borsa trocanterica.

Come le altre borse mucose del nostro organismo è una struttura dei tegumenti con funzione di cuscinetto e che permette lo scorrimento delle parti molli sui piani ossei sottostanti. Per diversi motivi questa borsa può infiammarsi e dare origine a dolore. La causa è spesso ignota, ma spesso può dipendere da un sovraccarico quotidiano come quello che può avvenire nei soggetti che praticano regolarmente sport a livello agonistico.

Si tratta di un disturbo molto più frequente nelle donne per via della conformazione del bacino che è più largo rispetto all’uomo, con il trocantere più sporgente…

Ma questo dolore nella regione trocanterica è sempre causato da una borsite? Un recente studio inglese parla di sindrome del dolore del grande trocantere definendola come una frequente causa di dolore all’anca, più comune nelle donne di età compresa tra i 40 e i 60 anni e che rappresenta il 15% dei motivi di consultazione medica per disturbi all’anca. Lo studio attribuisce il dolore piuttosto ad una tendinite del gluteo medio o piccolo, eventualmente associata a borsite.

I sintomi della borsite trocanterica

Il sintomo più comune della borsite trocanterica è il dolore laterale all’anca in quella regione. Dolore che peggiora con le attività in carico sull’arto e può accentuarsi di notte, dormendo sul fianco.

Non è tutto perché il dolore può anche irradiarsi lungo la coscia fino al ginocchio, e può essere accentuato da esercizi inappropriati o movimenti bruschi e inattesi come una caduta. Qualche volta può perfino essere anche confuso con un problema di origine lombare.

Come si può curare

Iniziamo col dire che la diagnosi va effettuata con una visita accurata associata all’anamnesi (cioè i sintomi riferiti dal paziente). A volte, potrebbero rendersi necessari ulteriori esami, come ad esempio l’ecografia.

Diagnosticata questa tipologia di borsite, la terapia prevede essenzialmente riposo associato ad esercizi di stretching e terapie fisiche locali. Sicuramente sono utili anche i farmaci anti-infiammatori da assumere per bocca e/o eventualmente una iniezione locale di farmaci a base di cortisone.

Non è necessario dunque intervenire per via chirurgica (se non nei casi più gravi), ma va anche detto che, nonostante la terapia, questo fastidioso problema potrebbe ricomparire anche a più riprese, specie se favorito dalla particolare conformazione anatomica del paziente. Ecco perché le recidive non sono così rare…