come si vive con la protesi all'anca

Come si vive con una protesi all’anca?

La protesi all’anca è stata definita come “l’operazione del secolo” proprio perché assicura risultati ottimali. La qualità di vita dopo un impianto è decisamente buona. Ecco perché

Se ti stai chiedendo come si vive con una protesi all’anca, la risposta, forse, ti sorprenderà. Bene.

La qualità di vita in seguito all’impianto di una protesi totale d’anca è decisamente buona, soprattutto se si parla di protesi di primo impianto, ed è praticamente paragonabile a quella di persone che non hanno nessuna problematica ortopedica all’anca.

 Sicuramente nella vita di tutti i giorni ti sarà capitato più volte di avere a che fare con persone portatrici di una protesi d’anca e non ti sei accorto di nulla, perché chi ha una protesi all’anca svolge una vita assolutamente normale. E in molti casi pratica pure sport! 

Con la protesi all’anca si vive bene. E si può anche fare sport

Del resto, la protesi d’anca è stata nominata dalla autorevolissima rivista Lancet, nel 2007, come l’operazione del secolo: questo perché permette di ritornare a una vita normale a delle persone che da anni zoppicavano gravemente, provavano fortissimi dolori ed erano molto limitati nella vita quotidiana a causa dell’artrosi dell’anca (coxartrosi) che gli aveva consumato tutta la cartilagine. Questo nel 2007; se pensate che negli ultimi 15 anni ci sono stati anche molti progressi in merito ai materiali protesici e a via d’accesso e tecniche chirurgiche mininvasive, capite bene che la protesi d’anca è davvero un intervento che ti cambia la vita in meglio. 

Protesi all’anca. Quello che devi sapere per affrontare al meglio l’intervento

Dopo questo elogio che può aiutare i pazienti che soffrono di grave coxartrosi a trovare il coraggio per affrontare l’operazione, è però doveroso fare delle precisazioni:

  • il fatto che sia un intervento con elevato tasso di successo e buoni risultati sulla qualità di vita non deve portarci a prenderlo con leggerezza. È pur sempre una protesi che va a sostituire l’articolazione nativa del paziente ed è quindi un punto di non ritorno. E qualora si andasse incontro a una seppur rara complicanza, i tempi di recupero e la qualità del recupero possono venirne fortemente inficiati. Tra le complicanze ricordiamo le più importanti e temibili che sono le infezioni, le lussazioni (dislocazione della protesi), le lesioni vascolari e nervose e le fratture intra- e post-operatorie. Quindi, occhio a non sottovalutare e ricorrere all’operazione solo quando le terapie non chirurgiche non danno più un adeguato sollievo dal dolore. 
  • Con la protesi si vive bene, ma non si può pretendere che funzioni meglio rispetto a un’anca nativa di un ventenne in attività. Quindi se voglio farmi impiantare la protesi perché non riesco più a correre 10 km sto commettendo un errore. La protesi si fa per tornare a una vita normale, non per tornare a fare sport. O almeno, fare sport non deve essere l’obiettivo primario della protesi, soprattutto se parliamo di sport ad alto impatto come corsa, rugby calcio e basket. Non sono sport vietati in senso assoluto, ma ci sono molti altri sport che sono più indicati per un buon mantenimento della protesi nel tempo. Tra questi ricordiamo: camminata (in piano e in montagna), nuoto, bicicletta, palestra, tennis, sci, pilates, padel, motociclismo, ballo e altri.
  • Collegandoci al discorso del mantenimento della protesi nel tempo bisogna precisare che gli ottimi risultati sopra enunciati sono validi per le protesi di primo impianto. Quando la protesi di primo impianto deve essere sostituita con una protesi di revisione i risultati sono generalmente meno validi perché i tessuti attorno alla protesi risultano più o meno compromessi. Questo non deve creare timori nei pazienti portatori di protesi, ma indurli ad aver cura della protesi riducendo il più possibile le possibilità di andare incontro a una revisione. I motivi che rendono necessaria una revisione sono svariati, ma i più importanti sono le fratture, le infezioni, la normale usura nel tempo e la mobilizzazione asettica (= la protesi si “sgancia” dall’osso). La normale usura delle componenti protesiche nel tempo avviene in oltre 20 anni generalmente, ma questo se la protesi è sollecitata in modo normale. Capite bene che se il paziente con la protesi corre tutte le settimane 40 km a piedi, oltre ad avere eventuali fastidi ai muscoli e tendini attorno all’anca come un qualunque corridore, potrebbe rischiare di subire una revisione della protesi dopo 10 anni anziché dopo 20 a causa dell’usura dei materiali e, soprattutto, della eccessiva sollecitazione della interfaccia tra protesi e osso. 
  • L’attività sessuale: con una protesi d’anca di primo impianto, passate le prime settimane, necessarie per una corretta cicatrizzazione dei tessuti, si può svolgere una attività sessuale assolutamente normale e soddisfacente e senza i dolori che la caratterizzavano prima dell’intervento. L’unica cosa de evitare sono alcune posizioni estreme che richiedono eccessivi contorsionismi con movimenti di flessione forzata ed estensione e rotazione esterna forzata, che potrebbero mettere alla prova la stabilità dell’impianto e causarne una lussazione. In caso di dubbi basta chiedere al proprio chirurgo in sede di visita e/o di dimissioni dall’ospedale.

Protesi all’anca: cosa è il “forgotten joint”

Per concludere, dopo una protesi all’anca circa il 70-80% raggiunge il livello di “forgotten joint” cioè “anca dimenticata”. Questo significa che il paziente vive bene a tal punto da arrivare a dimenticarsi di avere la protesi. Il restante 15-20% sta comunque molto bene, conduce una vita normale ma che risulta in qualche occasione influenzata dal fatto di sapere di avere la protesi, senza che questo porti poi realmente a delle limitazioni funzionali. Solo un 2% circa può andare incontro invece a complicanze nelle prime settimane dopo l’intervento.

Ultima precisazione: tutto quanto detto, soprattutto in positivo, in merito alla protesi è valido per la protesi all’anca. La protesi al ginocchio fornisce comunque risultati funzionali soddisfacenti ma il livello di attività fisica raggiungibile è inferiore ed è più raro il raggiungimento dello stato di “forgotten joint”.

Ecco perché, ancor più che per l’anca, per la protesi di ginocchio bisogna aspettare davvero di consumare la propria articolazione nativa fino alla fine e lasciare la protesi come ultima alternativa terapeutica.