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La frattura del femore negli anziani. A cosa dobbiamo stare attenti

Oltre al dolore e all’impotenza funzionale, possono insorgere stati di confusione e altre problematiche importanti. Come gestire correttamente la frattura del femore negli anziani?

La frattura del femore negli anziani – più tipica nelle donne in menopausa così come nella popolazione maschile al di sopra dei 75 anni – è un tema importante da approfondire.

Non solo perché si tratta di un evento molto frequente causato dall’osteoporosi, ma anche perché può scatenare altre problematiche serie che non bisogna assolutamente sottovalutare.

Come abbiamo avuto modo di sottolineare anche in altre occasioni, circa il 90% dei pazienti affetti da tale patologia ha più di 65 anni e questa è considerata la seconda causa di morte negli Stati Uniti dopo le malattie cardiovascolari.

Attenzione: in questi casi di pazienti anziani la frattura in sé non è generalmente la diretta causa di morte nell’immediato, ma può essere l’evento che rompe un equilibrio di per sé precario (i pazienti anziani sono soggetti fragili!) e può così portare al decesso nel corso dei mesi successivi a causa delle complicanze soprattutto legate all’allettamento.

Gestire correttamente la frattura di un femore nell’anziano è quindi essenziale per prevenire problemi anche di grave entità, che spesso ahimè restano conseguenze imprevedibili o comunque non prevenibili nonostante tutto l’impegno dei sanitari nel seguire le procedure correttamente.

La frattura del femore negli anziani

La frattura del femore nell’anziano spesso è la complicanza più grave di una caduta (anche di lieve entità) oppure può essere “spontanea” nel caso di traumi distorsivi all’anca in pazienti affetti da osteoporosi.

Nel primo caso, il paziente “cade e quindi si rompe il femore”; nel secondo il paziente “si rompe il femore e quindi cade”. Certamente, la prima fattispecie è la più frequente. 

Solitamente, la parte più soggetta a frattura di femore nell’anziano è il femore prossimale, o collo del femore, cioè quella parte più “in alto” del femore, generalmente identificata dal paziente col nome di anca. L’anca in realtà è una articolazione ed è quindi formata dalla giunzione articolare tra il femore prossimale e il bacino. 

Fratture pertrocanteriche e fratture intracapsulari (sottocapitate e mediocervicali)

Al pari delle altre fratture ossee, anche quella del femore può essere composta o scomposta. Tra le fratture di femore prossimale, esistono le fratture più laterali (le più frequenti sono quelle pertrocanteriche) e quelle più interne (tecnicamente “più mediali”) e le più frequenti sono quelle sottocapitate e quelle mediocervicali. Queste ultime causano la compromissione della vascolarizzazione e per questo richiedono l’impianto di protesi parziali o totali dell’anca.

In questi casi, solo raramente è possibile procedere con l’osteosintesi, cioè aggiustare la frattura tenendo insieme i due pezzi di osso rotto. Perché, essendo compromessa la vascolarizzazione della testa femorale, questa non potrà guarire e andrà incontro a necrosi, richiedendo successivamente l’impianto di una protesi all’anca.

Le fratture pertrocanteriche invece non richiedono la sostituzione completa dell’articolazione, bensì un’operazione di osteosintesi. Questa consiste nel ricomporre la frattura con l’inserimento di un chiodo endomidollare (cioè posizionato nel canale midollare del femore) o una placca. In questo caso il paziente non deve ricorrere alle protesi e manterrà la sua anca naturale.

Esempio di frattura sottocapitata

Frattura del femore negli anziani: il tempismo è fondamentale

Questo genere di fratture va trattato tempestivamente.

L’intervento deve avvenire possibilmente entro 48 ore dal trauma (o comunque dall’arrivo del paziente in ospedale) sia per limitare il dolore sia per ridurre la perdita di sangue ed il periodo di allettamento.

Il tutto compatibilmente con le condizioni di salute generale del paziente e ad eventuali controindicazioni all’intervento (ad esempio pazienti in terapia anticoagulante o pazienti con grave insufficienza renale o altre condizioni patologiche).

È infatti noto che, specie nelle persone nella fascia della terza età, un periodo di tempo immobilizzate a letto può portare a problemi alle vie respiratorie, infezioni alle vie urinarie, tromboflebiti, embolie polmonari, piaghe da decubito, perdita di massa muscolare che possono persino compromettere il recupero della condizione antecedente del paziente. 

Bisogna inoltre considerare che la complicanza più frequente dell’ospedalizzazione nell’anziano consiste nell’insorgenza di stati di delirium (cioè uno stato di confusione mentale o uno stato di sopore). I dati epidemiologici sul delirium riguardano prevalentemente la popolazione ospedalizzata e mostrano che questa patologia si manifesta nel 10-15% dei pazienti operati. 

Occhio ai sintomi

Se la frattura del femore è spontanea e non dovuta ad una  caduta, non sempre  è semplice comprendere a cosa sia dovuto il dolore. Un dolore acuto, che può essere localizzato, ma che può anche irradiarsi in altre parti del corpo.

Le fratture pertrocanteriche danno tipicamente un forte dolore alla parte inguinale e laterale della coscia e si possono riconoscere anche per un importante accorciamento dell’arto associato a fenomeni di extrarotazione del piede (cioè piede ruotato verso l’esterno).

Le fratture mediali causano un accorciamento dell’arto di minore entità e un dolore inferiore, prevalentemente inguinale. 

Intervenire tempestivamente sì, ma in alcuni isolati e rari casi di fratture mediali in presenza di scarso dolore e minima scomposizione si può eventualmente anche decidere di non intervenire chirurgicamente facendo osservare al paziente un periodo di riposo (cosiddetto letto-poltrona) per qualche mese dando il tempo alla frattura di guarire spontaneamente.

Che cosa altro è importante oltre all’intervento precoce?

Per sperare in una guarigione ottimale e al ritorno a una vita normale è fondamentale:

  • L’intervento precoce
  • Mettere in piedi il paziente il prima possibile
  • Un rientro al proprio domicilio con ritorno delle ordinarie occupazioni. Senza dimenticare il ruolo fondamentale della riabilitazione muscolare e neuromotoria.

Perché questa “epidemia” di fratture di femore?

Per dare qualche numero rappresentativo dell’entità del fenomeno vi dico che: 

  •  Uno studio USA evidenzia che attualmente vengono trattate annualmente 250.000 fratture del femore nel paziente over 65, con una proiezione per il 2040 pari al doppio.
  • In Italia nel 2007 le fratture di femore nell’anziano sono state 92.000, pari a circa il 75% delle fratture in tale tipologia di paziente, con un costo attuale di 590 milioni di euro legati alla sola ospedalizzazione”

Ma perché un tale aumento?

La risposta è da ricercare nell’aumento dell’età media della popolazione e al cambio degli stili di vita. La vita sedentaria e le diete ricche di alimenti grassi e poco salutari causano un ulteriore aumento dell’incidenza dell’osteoporosi. Per darvi gli ultimi due numeri:

  • Il 20% della popolazione mondiale ha un’età superiore ai 65 anni. Percentuale che aumenterà al 45% nel 2050, con punte del 57% nei paesi più industrializzati.
  •  L’Italia è il secondo Paese, dopo il Giappone, con la più alta percentuale di soggetti di età maggiore di 65, pari al 21% e destinata a divenire il 39% circa nel 2050.

Perché effettuare una visita specialistica ortopedica per patologia dell’anca

Una visita specialistica ortopedica all’anca è fondamentale per accertare il tipo di problematica e valutare se è necessaria una protesi. Ecco come si svolge la visita…

 

In ambito medico, e ancor più in quello ortopedico, nonostante la recente invasione della tecnologia, la visita medica è sempre fondamentale per fare diagnosi. Specificamente in caso di disturbi all’anca la visita specialistica ortopedica è assolutamente indispensabile per capire il problema ed ottenere una diagnosi corretta.

Da sempre, come insegnava il mio maestro:

non si deve fare diagnosi su una lastra o su una risonanza magnetica! 

 In questo articolo proverò a spiegare perché effettuare una visita ortopedica all’anca sia così importante al fine di una corretta diagnosi dell’artrosi dell’anca, cioè la coxartrosi. 

La diagnosi differenziale

 La fase di diagnosi differenziale è basata su:

  • anamnesi: la storia del disturbo
  • esame obiettivo: la visita
  • eventuali esami strumentali consigliati dallo specialista (e non da effettuare “a caso”).

 

Un dolore inguinale, frequente in caso di coxartrosi, non è solo dovuto all’ usura della cartilagine, ma può anche dipendere da una tendinite dell’ileopsoas o da una tendinite dei muscoli adduttori e del muscolo retto addominale (pubalgia).  

Oppure può esserci un’infiammazione ossea con edema osseo a livello della testa femorale, o, ancora, una più grave necrosi della testa femorale. Con un intervento tempestivo si potrebbe bloccare e limitare l’evoluzione in artrosi.

Il dolore anteriore alla coscia frequentemente è una cruralgia, cioè un’ infiammazione del nervo femorale che dipende quindi da una patologia della colonna vertebrale a livello lombare.

Altresì un dolore laterale alla coscia, sul trocantere (cioè quella zona che i pazienti mi descrivono generalmente come “anca”), difficilmente è una coxartrosi, ma più facilmente sarà una tendinite dei glutei o degli altri muscoli che si inseriscono sul grande trocantere. 

È chiaro che una diagnosi corretta può salvare da interventi inutili e potrebbe inoltre consentire una terapia preventiva, che limiti una degenerazione dell’articolazione.

Quando la diagnosi è di artrosi conclamata, allora diventa indispensabile un intervento di sostituzione con una protesi d’anca.  È importante intervenire nei tempi giusti per non compromettere altre strutture dell’organismo, ricordandosi che è molto raro che una patologia degenerativa di anca che richieda una protesi rappresenti un’urgenza.

 

Cosa è importante valutare nella visita specialistica ortopedica all’anca

foto zoppia visita specialistica ortopedica all'anca

Ma in cosa consiste una visita ortopedica all’anca? 

Iniziamo col dire che durante il controllo clinico, lo specialista ortopedico dovrà valutare alcuni aspetti per capire la reale entità del problema all’anca. Per prima cosa dovrà osservare il paziente mentre cammina per accertare se c’è un problema di zoppia causato dal dolore all’anca.

Se il paziente dovesse zoppicare, è importante stabilire il tipo di zoppia presente. Ne esistono infatti due forme principali:

  • Zoppia da insufficienza muscolare glutea: provoca una inclinazione del bacino dal lato opposto rispetto all’arto con muscolatura insufficiente. Questo induce a un’inclinazione del tronco dal lato stesso dell’insufficienza muscolare al fine di bilanciare l’inclinazione del bacino. Questo si chiama segno di Trendelemburg 

 

  • Zoppia di fuga. Ovvero quando il paziente effettua un passo rapido e breve perché quando appoggia la gamba dolente al suolo avverte dolore.

Durante la visita ortopedica, lo specialista dovrà anche valutare un’eventuale dismetria, vale a dire la differente lunghezza arti inferiori che può essere causata dal consumo delle componenti dell’articolazione.

Valutare il grado di movimento dell’articolazione

movimento articolazione anca

Terminati questi primi accertamenti, la visita ortopedica all’anca si focalizza sul cosiddetto “range of motion”, ovvero il grado di movimento dell’articolazione. 

Bisogna testare:

  • Flessione-estensione
  • Rotazioni interna ed esterna
  • Adduzione e abduzione (cioè avvicinare e allontanare l’arto dall’asse del corpo)

Questo aspetto merita un piccolo approfondimento. 

Se flessione ed estensione sono i movimenti tipici di un’articolazione e di più facile apprezzamento da parte del paziente, valutare attentamente la rotazione è fondamentale nella diagnosi di artrosi dell’anca perché una limitazione della rotazione interna rappresenta spesso un segnale tipico e di esordio di questa patologia.

Diversamente da quel che comunemente si pensa, i problemi di artrosi all’anca si concretizzano con dolori localizzati nella parte inguinale e non sulla zona laterale, cioè quella del trocantere.

Quali sono gli esami più importanti da effettuare

Nel caso di patologia artrosica dell’anca, una semplice radiografia (RX) è spesso sufficiente per valutare l’entità del consumo cartilagineo e quindi stabilire se è necessario un intervento chirurgico o meno. 

Nella maggior parte dei casi basta dunque un semplice esame di primo livello come la RX.

Nell’eventualità poi in cui la radiografia non sia sufficiente a fugare ogni dubbio, si può ricorrere ad esami di secondo livello come la risonanza magnetica. A quel punto lo specialista ortopedico avrà in mano tutti gli elementi di cui ha bisogno per valutare l’entità e la natura del problema e stabilire il percorso di cura migliore per il paziente.

Avere difficoltà a camminare o correre piuttosto che avvertire dolori muscolari o articolari sono sicuramente motivazioni più che sufficienti per rivolgersi ad uno specialista ed effettuare una visita ortopedica senza perdere tempo.

 

Quanto dura una protesi d’anca e che materiali si utilizzano

Quale è la durata media di una protesi d’anca ad oggi? Esistono differenze sostanziali nei materiali con cui viene realizzata la protesi? Scopriamolo…

Se devi sottoporti ad un intervento di protesi d’anca oppure ti è appena stata impiantata una protesi, probabilmente ti interesserà sapere quanto dura negli anni una protesi e quali sono i materiali utilizzati per realizzarla.

Ovviamente, questi sono temi fondamentali che qualsiasi chirurgo ortopedico e traumatologo deve chiarire con il proprio paziente prima di un’operazione.

Tuttavia è utile fare chiarezza anche per comprendere come le innovazioni tecnologiche in fatto di tecniche e materiali possano allungare notevolmente la durata di una protesi (come avevo sottolineato nel corso di questa intervista pubblicata su Il Giornale a seguito del congresso dell’Associazione degli ortopedici statunitensi 2017) assicurando la massima sicurezza per il paziente per molti anni.

Ma oggi c’è anche altro di cui parlare…

Quanto tempo dura una protesi d’anca?

Le statistiche sulla durata di una protesi d’anca sono diverse. Tuttavia possiamo affermare che la durata media un impianto realizzato a regola d’arte, in un paziente che pratica uno stile di vita corretto, è superiore ai 20 anni.

Naturalmente ci sono diversi fattori che incidono sulla sua longevità come ad esempio:

  • Traumi subiti

  • Peso

  • Sollecitazioni eccessive

  • Distacco delle componenti della protesi dall’osso

Ecco perché, poco fa, ho accennato allo stile di vita. Dobbiamo considerare che le prime protesi impiantate, ormai quasi un secolo fa, venivano realizzate in vetro e questo ci fa capire quanto la durata di un simile materiale fosse ridotta nel tempo.

Tutti i materiali sono soggetti ad usura, ma oggi le innovazioni tecnologiche in questo campo offrono indubbi vantaggi in termini di resistenza, flessibilità e leggerezza. Pensiamo solo che due sportivi come i tennisti Andy Murray e Bob Bryan sono stati operati all’anca al pari di molti altri personaggi famosi che compiono una vita particolarmente attiva.

Definire la durata di una protesi d’anca, quindi, è questione di materiali. Quali sono quelli più utilizzati oggi? Scopriamolo insieme.

Protesi d’anca, quali materiali si utilizzano

Capita spesso che i pazienti mi chiedano quale sia la protesi migliore per il loro caso. La verità è che non c’è una risposta esatta ed una sbagliata in assoluto.

Piuttosto, dobbiamo dire che ogni tipologia di protesi oggi è potenzialmente ottima sia in termini di affidabilità che di sicurezza. Certo, i materiali con cui si realizzano possono essere diversi così come le tecniche di realizzazione dell’intervento. Ogni tipologia presenta delle caratteristiche che la rendono ideale o meno al tipo di paziente e alla geometria della sua anca.

Fino a 20 anni fa venivano utilizzata soprattutto le protesi di tipo cementato mentre oggi questa tipologia viene impiegata quasi esclusivamente nei pazienti molto anziani con un osso di bassa qualità in termini di robustezza e resistenza alle sollecitazioni. Questo perché ci sono altri materiali che garantiscono una maggiore elasticità e autonomia nei movimenti senza rinunciare all’affidabilità come:

  • titanio

  • ceramica

  • polietilene

Ma quando si parla di materiali per le protesi d’anca di ultima generazione, il discorso è un po’ più complesso perché non esiste un solo materiale migliore di altri in assoluto ma ci si riferisce ad una combinazione di elementi: il tipo di stelo (la parte di protesi che viene impiantata nel femore) e il tipo di cotile (la parte viene impiantata nel bacino).

Non solo durata, ma anche comfort

Il chirurgo deve valutare attentamente lo spazio a disposizione e il tessuto muscolare per consentire alla protesi di inserirsi perfettamente e seguire i movimenti del corpo. E come abbiamo già detto, la scelta della combinazione di materiali dipende dall’età del paziente, dal tipo di patologia, dallo spazio a disposizione e da eventuali altre patologie presenti nel soggetto.

Perché lo studio dei materiali non è solo relativo alla loro longevità già particolarmente elevata, quanto piuttosto al loro comfort in termini di attrito durante il movimento. Ciò influisce sulla scelta dell’accoppiamento di materiali tra la superficie interna del cotile e la superficie della testina. Oggi i materiali più utilizzati sono l’accoppiamento ceramica-ceramica e l‘accoppiamento ceramica-polietilene.

Il perché è presto detto: la ceramica è un materiale molto liscio e inerte. Questo assicura un attrito minimo tra le componenti. Ma, allo stesso tempo, è un materiale relativamente fragile. Ecco perché vicino alla testina in ceramica si preferisce generalmente inserire un cotile realizzato in polietilene per conferire maggior sicurezza in caso di piccoli traumi o cadute, specie nei pazienti meno giovani.

Conclusioni

Insomma, le protesi d’anca oggi sono decisamente longeve anche perché vengono realizzate con materiali migliori rispetto a quelli che si utilizzavano in passato. Ma niente classifiche di materiali migliori o più duraturi. Perché è impossibile dire con esattezza quale sia l’opzione migliore per un paziente senza prima aver effettuato i dovuti studi del caso analizzando le radiografia dell’anca e aver esaminato attentamente ogni singolo caso clinico.

Il punto è che la durata dell’impianto protesico non dipende assolutamente dalla via d’accesso scelta (posteriore, anteriore o laterale diretta) bensì dalla corretta geometria di posizionamento delle componenti protesiche a dallo stile di vita adottato dal paziente.

Per massimizzare la durata nel tempo della protesi, bisogna scegliere la via d’accesso che permetta un posizionamento ideale delle componenti in base al tipo di paziente. Da parte sua, invece, il paziente dovrà avere riguardo della propria protesi facendo sì attività fisica, ma in modo cauto e responsabile.

Emergenza coronavirus, quando ricominceranno gli interventi all’anca e al ginocchio

Gli interventi all’anca e al ginocchio rimandati durante l’emergenza coronavirus riprenderanno prossimamente. Nel frattempo ecco qualche consiglio

Tutti abbiamo ancora negli occhi le immagini della vestizione del personale sanitario, simile a quella di un astronauta o le mille altre istantanee che in queste settimane sono diventate il simbolo di questa emergenza sanitaria. E per chi, come me, quelle sono più che immagini ma frammenti di vita quotidiana e lavoro in reparto, non è semplice scrivere quando i numeri di questa pandemia, nonostante rallentino, restano ancora alti.

Però scriverò, perché voglio spiegare perché tutti gli interventi chirurgici di tipo elettivo, ovvero quelli non di urgenza, sono stati annullati. E perché potrebbero riprendere presto.

Il fatto che operazioni programmate non urgenti come protesi di anca e al ginocchio siano state annullate è una scelta per tutelare la salute dei pazienti; in sostanza, durante queste settimane sono state garantite solo le attività chirurgiche oncologiche e di emergenza-urgenza.

Oltre a tutelare la salute dei pazienti, questa scelta ha permesso al personale medico di dedicarsi alla gestione dei pazienti ricoverati per Covid-19 rendendo disponibili più posti letto sia in reparto che in terapia intensiva. E sappiamo bene come, specie in Lombardia, fino a pochi giorni fa questo fosse un problema gravissimo.

Gli interventi all’anca e al ginocchio riprenderanno a Maggio?

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Oggi possiamo immaginare, o soprattutto sperare, che le operazioni di chirurgia elettiva (come la protesica di anca e di ginocchio e gli interventi ai legamenti) potranno riprendere nelle prossime settimane. Non c’è ancora una data certa, ma verosimilmente credo che una graduale ripresa potrà iniziare verso maggio. Sono fiducioso. Ma la priorità assoluta è sempre quella di garantire la sicurezza dei pazienti e quindi di tutti noi come cittadini.

In questo periodo non ho mai smesso questo “filo diretto” con i miei pazienti (tramite questo blog, i social media e tutti gli altri sistemi di comunicazione) perché so che questa situazione di emergenza coronavirus può aver causato forti disagi a chi avrebbe dovuto operarsi e a quanti si erano appena sottoposti ad un intervento e stavano iniziando un percorso di riabilitazione. È proprio per questo che abbiamo sempre mantenuto un ambulatorio aperto per gestire le problematiche ortopediche urgenti.

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I miei consigli se siete appena stati operati all’anca o al ginocchio

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Se siete stati da poco operati all’anca o al ginocchio il mio consiglio è quello di continuare il percorso di riabilitazione a casa eseguendo gli esercizi fisioterapici indicati.

Sui social in questi giorni sono comparsi molti post ironici sul rischio di prendere peso durante questo periodo di “quarantena”. Scherzi a parte, è importante seguire una dieta equilibrata ed evitare di sottoporre le articolazioni e le parti operate a sollecitazioni eccessive.

Evitate sforzi o situazioni di rischio che potrebbero causare cadute o nuovi traumi. Ma questo non vuol dire restare sdraiati tutto il giorno perché la sedentarietà ostacola il corretto percorso di recupero dopo interventi di questo tipo. Quindi bisogna cercare di mantenere un minimo di attività fisica con esercizi anche semplici ed eseguibili anche nelle case più piccole. Il web è pieno di video o app che ci possono dare una mano in questo senso

Quando previsto, seguite il programma riabilitativo prestabilito con l’eventuale fisioterapista in modo regolare e progressivo.

E se ci fosse un qualche tipo di problema che vi preoccupa, potete sempre espormi la questione sui miei canali social.

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I miei consigli se avreste dovuto operarvi all’anca o al ginocchio in questo periodo

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Come appena detto, sono fiducioso che gli interventi di chirurgia elettiva riprenderanno “presto”. Nel frattempo, proseguite la terapia analgesica e antiinfiammatoria qualora vi sia stata prescritta ed evitate di sottoporre l’articolazione da operare a particolari sollecitazioni.

Come abbiamo visto altre volte, specie nelle operazioni all’anca il tempismo è fondamentale per evitare rischiose complicazioni. Per questo è bene sapere che, solo in caso di emergenza come ad esempio una caduta o un nuovo trauma alla parte operata (o da operare), è comunque possibile recarsi in ospedale.

In ogni caso, il mio invito è quello di contattare il vostro medico curante prima di accedere al pronto soccorso, perché questo è sempre un posto dove si può rischiare di essere contagiati.

Che siate appena stati operati o che il vostro intervento sia stato rimandato per ragioni di sicurezza, io ci sono. Come sempre. Per qualsiasi informazione, dubbio o consiglio contattatemi.

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Protesi all’anca e ginocchio per artrosi: anestesia e degenza

Quale anestesia si sceglie per gli interventi di protesi all’anca e ginocchio per artrosi? Quanti giorni di degenza e quali i tempi di recupero necessari? Scopriamoli insieme

 

L’evoluzione dell’artrosi dell’anca e del ginocchio può portare le persone affette da queste patologie a doversi sottoporre a interventi chirurgici per l’impianto di protesi. Attualmente, questa risulta infatti la soluzione più efficace per ridurre il dolore, permettendo conseguentemente all’articolazione di riprendere una buona funzionalità.

La coxartosi, comunemente conosciuta come artrosi dell’anca, consiste in una graduale usura della cartilagine presente tra l’osso del bacino (acetabolo) e la testa del femore, andando nel concreto a eliminare quella parte che dovrebbe fungere da ammortizzante e lubrificante, lasciando il posto a sfregamenti dolorosi e sempre più difficoltosi, con una progressiva riduzione della qualità della vita. (Scopri quali sono i sintomi di artrosi all’anca).

Allo stesso modo, il problema legato alla perdita di cartilagine del ginocchio (gonartrosi), comporterà uno sfregamento doloroso delle ossa interessate (femore, tibia e rotula). Questo costringe i giunti a una situazione insostenibile per il paziente,  rendendo necessario il ricorso a una protesi.

Vediamo ora quale tipo di anestesia si utilizza per l’impianto di protesi all’anca e ginocchio…

Quale anestesia viene utilizzata per l’impianto di protesi all’anca e ginocchio?

Gli interventi per l’impianto di protesi all’anca e ginocchio possono essere eseguiti sia in anestesia generale che periferica, mediante ricorso a peridurale o spinale. La scelta verrà fatta dal chirurgo e dall’anestesista tenendo conto di una serie di fattori, quali:

  • Stato di salute del paziente al momento dell’intervento
  • Eventuali patologie da cui lo stesso è affetto
  • Conformazione della colonna vertebrale del paziente
  • Assunzione recente di farmaci o necessità di ricorrere quotidianamente ad alcuni di essi
  • Allergie note a farmaci e alimenti
  • Problematiche legate all’assunzione di alcool, fumo e droghe
  • Anestesie pregresse ed eventuali complicazioni occorse
  • Casi familiari di reazioni avverse a farmaci
  • Esperienza dell’anestesista ed eventuali protocolli di gestione ospedalieri

Solitamente, quando si opta per l’anestesia generale lo si fa per problemi legati alla coagulazione del sangue oppure alla colonna vertebrale che potrebbero ostacolare l’esecuzione e la diffusione dell’anestetico. Inoltre questa scelta riduce, secondo alcuni anestesisti, il rischio di trombosi non determinando una vasodilatazione. In questo caso il paziente durante tutto l’intervento non sarà cosciente e costantemente monitorato.

In alternativa si potrebbe optare per il ricorso all’anestesia peridurale. Questa prevede la desensibilizzazione di una parte del corpo mediante il blocco dei nervi del midollo spinale andando di fatto a eliminare qualsiasi sensazione di dolore. L’iniezione dell’analgesico avverrà mediante un catetere posizionato per l’appunto nello spazio epidurale; la puntura viene effettuata tra due vertebre.

Altra soluzione loco-regionale, al giorno d’oggi la metodica più usata, è l’anestesia spinale (o, più correttamente, anestesia subaracnoidea) che prevede un’iniezione dell’anestetico all’interno del sacco durale. Questa soluzione risulta però sconsigliata in pazienti affetti da particolari patologie a carico del sistema nervoso centrale e, ancora, in pazienti con gravi patologie della colonna vertebrale nelle quali risulta troppo difficoltosa l’iniezione dell’anestetico tra le vertebre.

Di norma gli interventi di impianto di protesi ad anca e ginocchio hanno una durata variabile da 45 minuti a 2 ore.

Degenza post operatoria: quali sono i tempi di recupero dopo l’impianto?

La degenza in reparto di ortopedia in seguito all’intervento ha solitamente una durata compresa tra i 4 e i 6 giorni, periodo durante il quale il paziente potrebbe soffrire di dolori post-operatori comunque superabili con appositi antidolorifici.

Dopo la dimissione dal reparto di ortopedia è consigliabile il trasferimento presso un reparto di riabilitazione per una progressiva rieducazione al passo, specialmente nei pazienti anziani che non camminavano più da qualche tempo.

Chi si sottopone a un’operazione per l’inserimento di una protesi all’anca potrebbe tranquillamente ritrovarsi in piedi già dopo poche ore dall’intervento. Questo però dipende da molti fattori intra e pre-operatori, come ad esempio la qualità dell’osso e dei tessuti molli. In seguito alle dimissioni si potrà poi procedere con la riabilitazione, impiegando stampelle per un periodo variabile dalle 2 alle 4 settimane, fino alla completa ripresa.

In seguito invece all’inserimento di una protesi al ginocchio le tempistiche per il recupero saranno leggermente più lunghe, più o meno dalle 4 alle 6 settimane minimo. Periodo durante il quale, oltre a sottoporsi a esercizi fisioterapici con ginnastica riabilitativa per recuperare la normale funzione articolare, bisognerà spostarsi impiegando le stampelle.

La durata delle attuali protesi impiantate varia dai 10 ai 20-25 anni per quelle alle anche e dai 10 ai 20 anni per quelle alle ginocchia, in base a numerosi fattori tra cui, in primis, l’integrazione dell’impianto con l’osso del paziente e lo stile di vita del paziente. In ogni caso risulta necessario sottoporsi a controlli periodici (con visita e radiografie) per valutarne lo stato.

Quali sono gli sport più traumatici?

Ecco le discipline sportive più pericolose per le nostre articolazioni e alcuni consigli utili per prevenire gli infortuni. Gli sport più traumatici e quelli più sicuri

Fare sport regolarmente fa bene, su questo non c’è dubbio. A condizione di praticare una disciplina sportiva idonea alle proprie condizioni fisiche, alla propria età e di svolgerla in modo responsabile.

Il primo passo è proprio quello di conoscere quali sono gli sport più traumatici, vale a dire quelli che causano il maggior numero di infortuni. Ginocchia e anche sono tra le parti più sollecitate quando muoviamo il nostro corpo per eseguire un gesto tecnico sportivo, quindi non è così scontato sapere quali sport è meglio praticare e quali andrebbero evitati. Anche perché alcune discipline apparentemente alla portata di tutti possono nascondere delle insidie…

Traumi ed usura eccessiva: i rischi per le articolazioni di chi fa sport

Per questo, oltre ai traumi, bisogna stare attenti all’usura da sollecitazioni eccessive. La cartilagine articolare, infatti, rivestendo le estremità delle ossa consente loro di scivolare agevolmente l’una sull’altra in modo da permettere un normale movimento degli arti. Ma le sollecitazioni eccessive dovute alla pratica di una disciplina sportiva magari troppo intensa, piuttosto che a gesti tecnici eseguiti in maniera non corretta, ci espone a un progressivo processo di usura che può sfociare in un fenomeno di artrosi.

Gli sport più traumatici…

Escludiamo subito gli sport da combattimento come kick boxing piuttosto che la boxe che prevedono un contatto diretto per sua natura traumatico tra due o più soggetti che, evidentemente, rappresentano un elevato rischio infortuni. Dobbiamo poi aprire una parentesi per quello che riguarda le arti marziali che, fino a quando prevedono la semplice esecuzione di figure, se praticate con cautela, non rappresentano discipline pericolose.

Fatta questa piccola premessa: ecco gli sport più traumatici

  • Rugby. Di fatto è uno sport a forte contatto diretto, quindi che presenta un elevato rischio di traumi, contusioni e problemi ai legamenti.

  • Squash. Questa disciplina richiede prima di tutto uno sforzo molto intenso dal punto di vista cardiaco. Non di meno, concentrandoci sulle articolazioni, giocare in uno spazio molto piccolo, con continui cambi di direzione improvvisi il rischio infortuni è piuttosto alto.

  • Calcio/calcetto. Infortuni a ginocchia e caviglie (dalla semplice distorsione ai traumi più seri) per chi gioca a calcio sono all’ordine del giorno: dai contrasti alle perdite di equilibrio improvvise. Lo stesso vale per il calcio a 5, disciplina molto praticata a livello amatoriale ma non meno rischiosa del calcio a 11.

  • Pallavolo. I continui salti rappresentano sollecitazioni piuttosto dure per le nostre articolazioni e i problemi di usura alle ginocchia, oltre che infortuni di natura traumatica, sono piuttosto frequenti.

  • Basket. Vale lo stesso discorso fatto per la pallavolo. Chi soffre di problemi ad anche o ginocchia dovrebbe praticare queste disciplina con moltissima cautela.

  • Sci. Nonostante si possa praticare fino ad età avanzata è uno sport che mette a dura prova le nostre articolazioni senza considerare il rischio cadute piuttosto elevato che può portare a traumi e fratture. Sicuramente è poco indicato per chi soffre o ha sofferto di problemi ad anca e ginocchia.

  • Tennis. Anche questo è uno degli sport più praticati a livello amatoriale. La classica epicondilite con il dolore al gomito non è l’unico rischio per chi pratica lo sport della racchetta perché si tratta di una disciplina che sollecita anca e ginocchio per questo va praticato con molta attenzione.

  • Running. Altro sport molto praticato a livello amatoriale. Correre fa senz’altro bene ed è alla base della maggior parte delle discipline sportive, tuttavia le infiammazioni ai tendini (tendine rotuleo e articolazione femoro-rotulea) sono piuttosto frequenti specie quando si esagera. Praticare running si può, ma attenzione a farlo in modo molto graduale, fermandosi non appena si avverte un dolore, anche lieve, durante la corsa.

I consigli per evitare infortuni

I consigli per evitare infortuni sono sempre gli stessi e riguardano soprattutto il buon senso. Chi non pratica sport da un po’ non deve partire in quarta ma deve sempre mantenere una gradualità nella progressione e una frequenza di allenamento costante. Questo significa dare al nostro corpo anche i giusti tempi di recupero dopo uno sforzo fisico. Ci sono numerosi altri accorgimenti importanti, dalla scelta dei materiali giusti per ciascuna disciplina all’alimentazione corretta…

Tuttavia, come accennato poco fa, voglio sottolineare l’importanza di non sottovalutare fastidi anche lievi durante l’attività fisica come un piccolo dolore a gluteo o coscia, per esempio. Se si avvertono, meglio fermarsi immediatamente.

Gli sport più sicuri: nuoto e non solo

Detto degli sport più traumatici, vediamo quali sono invece le discipline più sicure.

Il nuoto è senza dubbio lo sport ideale per evitare traumi e sollecitazioni eccessive delle articolazioni. Dal punto di vista ortopedico dobbiamo rilevare come i movimenti del nuoto sollecitino muscoli che di solito non vengono mai coinvolti da altri sport, senza sovraccaricare le articolazioni. Inoltre, a differenza di altre discipline sportive, non si focalizza solo su determinate articolazioni distribuendo i movimenti in modo modo omogeneo su tutto il corpo.

E’ uno degli sport in assoluto più sicuri e può essere praticato a tutte le età. Inoltre l’azione dell’acqua, che evita l’impatto diretto col terreno, permette di praticare il nuoto anche quando si ha qualche chilo di troppo che. Condizione che, come abbiamo visto prima, mette a rischio le articolazioni nelle altre discipline sportive.

Ma non è l’unico. Esistono altre discipline che si possono praticare in sicurezza e, in particolare mi riferisco a:

  • Pilates

  • Yoga

  • Aerobica

  • Camminata veloce

  • Ginnastica morbida

  • Palestra (se eseguita in modo corretto e moderato, coadiuvati da personale esperto)

Insomma, le attività fisiche che non causano sovraccarichi e che quindi sono realmente alla portata di tutti non mancano certo. E come disse il professor Gerhard Uhlenbruck: “Lo sport è l’antiruggine per una salute di ferro”.

Integratori per la cartilagine: la verità sui condroprotettori

Scopri cosa sono i condroprotettori e se servono davvero come integratori per la cartilagine di ginocchio, anca…

Il tuo ortopedico ti ha prescritto dei condroprotettori alla comparsa dei primi sintomi legati all’usura delle cartilagini? Vorresti sapere qualcosa di più su questi integratori alimentari e se servono realmente?

Ne parliamo in questo articolo…

Cosa sono i condroprotettori

Per prima cosa, devi sapere che i condroprotettori sono integratori alimentari che servono a proteggere la cartilagine da una eccessiva usura che può portare poi all’artrosi. Non si tratta di prodotti nuovi o particolarmente innovativi visto che sono stati sviluppati già negli anni ‘80…

Il concetto che sta alla base della loro assunzione è semplice: ogni bustina o pastiglia contiene al suo interno tutti i componenti di cui ha bisogno il nostro organismo per creare le sostanze di cui è fatta l’articolazione.

Esistono numerose case produttrici di integratori per la cartilagine e tutti contengono gli stessi ingredienti base:

  • Glucosamina

  • Condroitin solfato

  • Collagene idrolizzato

Insomma, i mattoncini che costituiscono una articolazione in buona salute. E tutti sono prodotti da banco.

Naturalmente, poi ci sono molte formulazioni con piccole variazioni come l’aggiunta di vitamina D (che aiuta le ossa e il sistema immunitario) o la Boswellia, che avrebbe importanti proprietà anti-infiammatorie.

I condroprotettori sono sicuri?

Sì. Questi sono prodotti dal profilo assolutamente sicuro e privo di effetti collaterali. Possono assumerli tutti, salvo qualche paziente con rare allergie ad alcuni degli ingredienti.

Molti pazienti mi chiedono spesso: “ma funzionano?”. Sì, tendenzialmente funzionano. E l’unico effetto collaterale è in effetti sul portafoglio, trattandosi di integratori alimentari.

E funzionano davvero?

Sulla loro efficacia gli studi scientifici sono un po’ controversi per quanto riguarda la prevenzione dell’artrosi.

Questo perché l’artrosi è una patologia che dipende da tanti fattori. Mettere a confronto due gruppi di pazienti (uno che assume l’integratore e uno che non lo assume) sarebbe un’impresa di difficilissima interpretazione.

Esistono però studi con un esito sicuramente favorevole per quel che riguarda la riduzione del dolore da artrosi.

Questo è l’esempio di uno studio multicentrico del 2016 condotto tra Francia, Germania e Polonia che compara gli effetti di un condroprotettore con quelli del Celecoxib, un noto farmaco anti-infiammatorio. Gli studiosi concludono che, dopo 6 mesi di terapia, il condroprotettore dimostrava una efficacia sovrapponibile a quella del farmaco classico (con effetti quali: riduzione del dolore, della rigidità, della limitazione funzionale e del gonfiore) con un buon profilo di sicurezza.

Conclusione sugli integratori per la cartilagine

Lo studio (che puoi trovare qui) supporta quindi quello che ho sempre affermato: gli integratori della cartilagine contribuiscono forse a rallentare la progressione verso l’artrosi, ma soprattutto aiutano a ridurre l’assunzione degli anti-infiammatori classici, prodotti gravati da una lunga serie di possibili effetti collaterali.

Protesi all’anca, quali sono i tempi di recupero?

Le domande dei pazienti: “A breve dovrò sottopormi a un’operazione di protesi all’anca e devo tornare subito al lavoro. Quali sono i tempi di recupero?”. Ecco la risposta…

“Salve dottore, ho 38 anni e a breve dovrò sottopormi a un’operazione di protesi all’anca con via d’accesso anteriore. Vorrei sapere da lei se per questo tipo di operazioni è previsto un periodo di fisioterapia post-operatorio e la durata. Ho l’esigenza di tornare subito al lavoro, che svolgo per buona parte del tempo in piedi e al mio hobby, la corsa”.

Grazie, Giancarlo, 38 anni

Buongiorno sig. Giancarlo,

per questo tipo di intervento deve essere assolutamente previsto un periodo di fisioterapia post-operatorio. Qualunque intervento ortopedico, anche quelli meno impegnativi come la riparazione dei menischi in artroscopia (cioè mediante due piccoli fori sul ginocchio), richiede un certo periodo di riabilitazione per permettere i tempi biologici di guarigione.

La durata della riabilitazione nell’intervento di protesi d’anca è variabile da persona a persona.  Ma sicuramente prevede una prima fase “intensiva” con esercizi specifici mirati al recupero della mobilità e del tono muscolare associati a un parziale riposo.

Le prime settimane dopo l’operazione sono infatti delicate. Perché l’organismo necessita di tempo per “abituarsi” alla protesi e soprattutto per fare sì che questa si integri con l’osso del paziente. Questa prima fase dura circa 2-3 settimane e non dipende dalla via d’accesso scelta.

La via d’accesso anteriore ultimamente sta tornando in auge per il fatto che i muscoli non vengono recisi ma solo divaricati. Questo è vero, ma solo in parte, (come abbiamo visto in maniera più approfondita in questo articolo) dato che, quando l’articolazione è gravemente alterata, si rende comunque necessario sezionare i muscoli extra-rotatori per poter esporre i capi articolari e quindi operare.

Questa via può dare dei piccoli vantaggi nell’immediato post-operatorio. Ma ciò non deve far pensare al paziente che si possa evitare la fisioterapia tornando immediatamente alla vita quotidiana.

Il rientro alle normali attività deve avvenire progressivamente nel corso di circa 3 settimane. Sarebbe ottimale proseguire la fisioterapia per circa 6 mesi, anche a casa da soli una volta appresi correttamente gli esercizi da eseguire.

Questo è cruciale per il successo della protesi sul medio e lungo termine, che poi è e deve essere la preoccupazione primaria del paziente.

Certamente la mini-invasività ha permesso di migliorare la qualità di vita e di ridurre il dolore dopo l’intervento – consentendo anche ricoveri ospedalieri più brevi – ma la buona riuscita della protesi all’anca non può prescindere, oltre che dall’impianto della protesi stesso con geometria corretta, da una adeguata riabilitazione. È inutile quindi cercare tagli troppo piccoli o vie d’accesso “strane” per poi rischiare di impiantare la protesi “storta”.

Per quanto riguarda l’attività sportiva, non esistono particolari controindicazioni per gli operati con moderne protesi all’anca, ma la parola d’ordine deve essere: cautela. La ripresa dello sport deve essere progressiva e con tempi diversi a seconda del tipo di attività. Gli sport più indicati sono quelli senza impatto col suolo o contrasti come nuoto, trekking, bici, ballo o golf.

Ma tra i pazienti che ho operato negli anni c’è anche chi è tornato a praticare sport come corsa o al tennis. Non esistono specifiche limitazioni ma il buonsenso ci dice che correre la maratona, seppur fattibile, non è la scelta ideale perché potrebbe causare un’usura precoce della protesi!

Personalmente eseguo la maggior parte delle protesi d’anca con una via d’accesso posterolaterale (la più usata al mondo) e ho molte soddisfazioni da questa tecnica. Ultimamente sto anche riscoprendo la via anteriore. Uso il termine “riscoprire” perché non è una via d’accesso nuova: esiste già dagli anni ’60 e l’ho già praticata negli anni ’90 per poi temporaneamente abbandonarla visti i minimi vantaggi che offriva a discapito di alcuni svantaggi.

Con la via d’accesso postero-laterale mini-invasiva che eseguo da una decina d’anni i risultati che ottengo sono i seguenti: carico immediato in 24-48h, mobilizzazione già nelle prime ore post-operatorie, perdite ematiche simili alla via anteriore e risultati funzionali a 6 mesi sovrapponibili”.

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