Articoli

La frattura del femore negli anziani. A cosa dobbiamo stare attenti

Oltre al dolore e all’impotenza funzionale, possono insorgere stati di confusione e altre problematiche importanti. Come gestire correttamente la frattura del femore negli anziani?

La frattura del femore negli anziani – più tipica nelle donne in menopausa così come nella popolazione maschile al di sopra dei 75 anni – è un tema importante da approfondire.

Non solo perché si tratta di un evento molto frequente causato dall’osteoporosi, ma anche perché può scatenare altre problematiche serie che non bisogna assolutamente sottovalutare.

Come abbiamo avuto modo di sottolineare anche in altre occasioni, circa il 90% dei pazienti affetti da tale patologia ha più di 65 anni e questa è considerata la seconda causa di morte negli Stati Uniti dopo le malattie cardiovascolari.

Attenzione: in questi casi di pazienti anziani la frattura in sé non è generalmente la diretta causa di morte nell’immediato, ma può essere l’evento che rompe un equilibrio di per sé precario (i pazienti anziani sono soggetti fragili!) e può così portare al decesso nel corso dei mesi successivi a causa delle complicanze soprattutto legate all’allettamento.

Gestire correttamente la frattura di un femore nell’anziano è quindi essenziale per prevenire problemi anche di grave entità, che spesso ahimè restano conseguenze imprevedibili o comunque non prevenibili nonostante tutto l’impegno dei sanitari nel seguire le procedure correttamente.

La frattura del femore negli anziani

La frattura del femore nell’anziano spesso è la complicanza più grave di una caduta (anche di lieve entità) oppure può essere “spontanea” nel caso di traumi distorsivi all’anca in pazienti affetti da osteoporosi.

Nel primo caso, il paziente “cade e quindi si rompe il femore”; nel secondo il paziente “si rompe il femore e quindi cade”. Certamente, la prima fattispecie è la più frequente. 

Solitamente, la parte più soggetta a frattura di femore nell’anziano è il femore prossimale, o collo del femore, cioè quella parte più “in alto” del femore, generalmente identificata dal paziente col nome di anca. L’anca in realtà è una articolazione ed è quindi formata dalla giunzione articolare tra il femore prossimale e il bacino. 

Fratture pertrocanteriche e fratture intracapsulari (sottocapitate e mediocervicali)

Al pari delle altre fratture ossee, anche quella del femore può essere composta o scomposta. Tra le fratture di femore prossimale, esistono le fratture più laterali (le più frequenti sono quelle pertrocanteriche) e quelle più interne (tecnicamente “più mediali”) e le più frequenti sono quelle sottocapitate e quelle mediocervicali. Queste ultime causano la compromissione della vascolarizzazione e per questo richiedono l’impianto di protesi parziali o totali dell’anca.

In questi casi, solo raramente è possibile procedere con l’osteosintesi, cioè aggiustare la frattura tenendo insieme i due pezzi di osso rotto. Perché, essendo compromessa la vascolarizzazione della testa femorale, questa non potrà guarire e andrà incontro a necrosi, richiedendo successivamente l’impianto di una protesi all’anca.

Le fratture pertrocanteriche invece non richiedono la sostituzione completa dell’articolazione, bensì un’operazione di osteosintesi. Questa consiste nel ricomporre la frattura con l’inserimento di un chiodo endomidollare (cioè posizionato nel canale midollare del femore) o una placca. In questo caso il paziente non deve ricorrere alle protesi e manterrà la sua anca naturale.

Esempio di frattura sottocapitata

Frattura del femore negli anziani: il tempismo è fondamentale

Questo genere di fratture va trattato tempestivamente.

L’intervento deve avvenire possibilmente entro 48 ore dal trauma (o comunque dall’arrivo del paziente in ospedale) sia per limitare il dolore sia per ridurre la perdita di sangue ed il periodo di allettamento.

Il tutto compatibilmente con le condizioni di salute generale del paziente e ad eventuali controindicazioni all’intervento (ad esempio pazienti in terapia anticoagulante o pazienti con grave insufficienza renale o altre condizioni patologiche).

È infatti noto che, specie nelle persone nella fascia della terza età, un periodo di tempo immobilizzate a letto può portare a problemi alle vie respiratorie, infezioni alle vie urinarie, tromboflebiti, embolie polmonari, piaghe da decubito, perdita di massa muscolare che possono persino compromettere il recupero della condizione antecedente del paziente. 

Bisogna inoltre considerare che la complicanza più frequente dell’ospedalizzazione nell’anziano consiste nell’insorgenza di stati di delirium (cioè uno stato di confusione mentale o uno stato di sopore). I dati epidemiologici sul delirium riguardano prevalentemente la popolazione ospedalizzata e mostrano che questa patologia si manifesta nel 10-15% dei pazienti operati. 

Occhio ai sintomi

Se la frattura del femore è spontanea e non dovuta ad una  caduta, non sempre  è semplice comprendere a cosa sia dovuto il dolore. Un dolore acuto, che può essere localizzato, ma che può anche irradiarsi in altre parti del corpo.

Le fratture pertrocanteriche danno tipicamente un forte dolore alla parte inguinale e laterale della coscia e si possono riconoscere anche per un importante accorciamento dell’arto associato a fenomeni di extrarotazione del piede (cioè piede ruotato verso l’esterno).

Le fratture mediali causano un accorciamento dell’arto di minore entità e un dolore inferiore, prevalentemente inguinale. 

Intervenire tempestivamente sì, ma in alcuni isolati e rari casi di fratture mediali in presenza di scarso dolore e minima scomposizione si può eventualmente anche decidere di non intervenire chirurgicamente facendo osservare al paziente un periodo di riposo (cosiddetto letto-poltrona) per qualche mese dando il tempo alla frattura di guarire spontaneamente.

Che cosa altro è importante oltre all’intervento precoce?

Per sperare in una guarigione ottimale e al ritorno a una vita normale è fondamentale:

  • L’intervento precoce
  • Mettere in piedi il paziente il prima possibile
  • Un rientro al proprio domicilio con ritorno delle ordinarie occupazioni. Senza dimenticare il ruolo fondamentale della riabilitazione muscolare e neuromotoria.

Perché questa “epidemia” di fratture di femore?

Per dare qualche numero rappresentativo dell’entità del fenomeno vi dico che: 

  •  Uno studio USA evidenzia che attualmente vengono trattate annualmente 250.000 fratture del femore nel paziente over 65, con una proiezione per il 2040 pari al doppio.
  • In Italia nel 2007 le fratture di femore nell’anziano sono state 92.000, pari a circa il 75% delle fratture in tale tipologia di paziente, con un costo attuale di 590 milioni di euro legati alla sola ospedalizzazione”

Ma perché un tale aumento?

La risposta è da ricercare nell’aumento dell’età media della popolazione e al cambio degli stili di vita. La vita sedentaria e le diete ricche di alimenti grassi e poco salutari causano un ulteriore aumento dell’incidenza dell’osteoporosi. Per darvi gli ultimi due numeri:

  • Il 20% della popolazione mondiale ha un’età superiore ai 65 anni. Percentuale che aumenterà al 45% nel 2050, con punte del 57% nei paesi più industrializzati.
  •  L’Italia è il secondo Paese, dopo il Giappone, con la più alta percentuale di soggetti di età maggiore di 65, pari al 21% e destinata a divenire il 39% circa nel 2050.

Frattura del femore. Cosa succede?

Perché negli anziani è così frequente? Cosa comporta? Come superare al meglio la frattura del femore

 

Le ultime rilevazioni Istat ci svelano che ogni anno, in Italia, si verificano più di 3 milioni di incidenti domestici, un dato su cui riflettere, specie quando si parla di frattura del femore.

Perché?

Semplice. Perché le cadute accidentali in casa sono proprio la principale causa di frattura del femore. E perché si tratta di un infortunio tutt’altro che banale; si pensi che negli Stati Uniti viene catalogato come seconda causa di morte dopo le malattie cardiovascolari.

Come si rompe un femore?

Il femore è un osso molto grande (il più lungo del corpo umano) e forte, difficile da rompere in condizioni normali. Tant’è che un femore fratturato, negli adulti sani, di solito è causato da forti traumi o incidenti stradali. In questi pazienti, molto raramente l’origine della frattura è dovuta ad episodi di trauma diretto a livello dell’anca o ad una torsione innaturale della stessa.

Tuttavia, nelle persone anziane, questo infortunio è assai più frequente. Al di là dei casi più tragici che possono portare fino al decesso del paziente a seguito di complicanze, la frattura del femore è un infortunio potenzialmente molto invalidante. Questo perché il femore è un osso particolarmente importante su cui agiscono muscoli fondamentali per il movimento.

Il femore si articola col bacino formando l’articolazione dell’anca (o articolazione coxofemorale) e, più in basso, si articola con la rotula e con la tibia nell’articolazione del ginocchio. La frattura può colpire il femore nella sua parte centrale o, come capita più frequentemente per gli over 65, all’estremità che si congiunge con l’articolazione dell’anca (testa del femore). Ma indipendentemente dalla localizzazione sull’osso, ogni frattura può essere:

Composta: dopo il trauma l’osso conserva il suo allineamento naturale.

Scomposta: si verifica una perdita di allineamento (col rischio di danneggiare tessuti molli e arterie).

Perché negli anziani la frattura del femore è più frequente

Ma perché gli anziani sono più esposti a questo trauma? La causa è da ricercare soprattutto nell’osteoporosi, vale a dire in quel processo patologico sistemico che comporta una riduzione della massa ossea e un’alterazione della micro-architettura del tessuto scheletrico che diventa sempre più fragile e, quindi, più esposto al rischio fratture.

Se è vero che le donne in menopausa sono tra i soggetti più esposti, il pericolo non va assolutamente sottovalutato nemmeno dagli uomini perché i fattori di rischio dell’osteoporosi sono diversi e vanno dalle cattive abitudini alimentari (scarsa assunzione di calcio) fino a stili di vita scorretti come fumo, consumo di alcol ed eccessiva sedentarietà.

Quali sono i sintomi di un femore rotto?

Se dovessimo sintetizzare i sintomi di una frattura del femore, potremmo individuarne almeno 4:

  • Dolore immediato e forte.

  • Impossibilità di appoggiare la gamba.

  • La gamba dolorante sembra essere più corta dell’altra.

  • La gamba infortunata sembra essere storta (più tipicamente con il piede ruotato all’esterno).

Una semplice radiografia è in grado di identificare la quasi totalità delle fratture di femore e di classificarne anche la tipologia.

Come superare al meglio la frattura di un femore

Altre volte abbiamo sottolineato l’importanza di un trattamento tempestivo degli infortuni. Ma questo è ancora più vero nel caso di rottura del femore. L’intervento chirurgico deve essere effettuato al più presto (generalmente entro 48 ore dall’evento) per ridurre al minimo il rischio di possibili complicanze.

Sarà il chirurgo specialista in ortopedia e traumatologia ad indicare il percorso operatorio più corretto a seconda del tipo di rottura e delle condizioni generali del paziente.

Generalmente, nei pazienti più giovani si possono utilizzare tecniche di osteosintesi con la stabilizzazione dei frammenti di frattura tramite l’utilizzo di viti, placche o chiodi mentre per i pazienti più anziani l’utilizzo di protesi è solitamente più indicato in caso di fratture vicine alla testa femorale; per le fratture più “in basso” si usano invece più spesso i chiodi endomidollari. In entrambi i casi, una frattura al femore trattata adeguatamente consente un decorso abbastanza veloce e permette di tornare a camminare in tempi relativamente brevi.

Indipendentemente dalla tecnica di intervento adottata, l’obiettivo dev’essere sempre quello di ridurre al minimo i tempi di immobilizzazione del paziente. Questi, subito dopo l’operazione, dovrà iniziare un percorso di recupero specifico per riconquistare gradualmente la propria mobilità.

Sicuramente, una chiave del successo terapeutico è la tempestività nell’intervento chirurgico al fine di ridurre al minimo il rischio di complicanze anche mortali.

Le cause di decesso in seguito a fratture del femore sono:

  • Emorragie
  • Trombosi
  • Infezioni

e, soprattutto, un decadimento generale delle condizioni del paziente anziano dovuto all’allettamento prolungato. L’intervento precoce permette di ridurre al minimo tutti questi rischi facendo tornare il paziente a deambulare autonomamente al più presto. Per dare una idea della rilevanza di questo problema, basti pensare che alcuni studi hanno dimostrato come, in seguito a una frattura di femore in pazienti ultra 80enni, solo il 50% tornerà alla vita normale; un 25% andrà incontro a decesso e un ultimo 25% avrà delle conseguenze fortemente invalidanti.

Fratture ossee: quello che dovresti sapere

Quali sono, chi è più esposto e i rischi di quelle non guarite. Come si curano le fratture ossee in modo efficace

Quando ci si trova di fronte a casi di fatture ossee, la prima cosa da fare è definire di che tipo di danno si tratta per intervenire tempestivamente e nel modo più adeguato.

Esistono fratture dovute ad un evento traumatico e, più raramente, fratture di origine spontanea. Su questo aspetto torneremo tra poco.

Prima di tutto è bene sottolineare che, se per alcune tipologie di frattura basta immobilizzare la parte interessata per circa 3-4 settimane per risolvere il problema (con la formazione di un callo osseo), per altre, invece, si rende quasi sempre necessario l’intervento chirurgico con l’inserimento di viti, chiodi o protesi. Penso soprattutto alla frattura del femore, molto frequente in pazienti anziani in seguito a banali cadute, specie quando l’osso è indebolito dall’osteoporosi.

Un tempo (circa 2500 anni fa) Ippocrate scriveva: “Qualsiasi osso, cartilagine o tendine sia tagliato nel corpo, non si accresce”. Aveva ragione? Parzialmente sì. L’obiettivo dell’ortopedico e traumatologo è quello di sopperire a questo limite naturale.

Fratture ossee: fisiologiche e patologiche

La maggior parte delle fratture sono “fisiologiche”: ovvero avvengono a seguito di un evento accidentale e coinvolgono un osso sano sottoposto ad un trauma (proprio di recente ho affrontato il tema degli sport più traumatici). Al contrario le fratture patologiche colpiscono un osso indebolito a causa di una patologia.

Al di là di metastasi ed altri eventi di origine tumorale, è ormai noto e documentato come le patologie reumatiche dell’apparato muscolo-scheletrico aumentino il rischio di fratture (eccezion fatta per la gotta, come ho già scritto in questo articolo). Allo stesso modo chi soffre di diabete di tipo due è maggiormente esposto a questo rischio. Anche se la causa più frequente di fratture patologiche è l’osteoporosi, vale a dire il il deterioramento della micro-architettura del tessuto osseo. Secondo i dati diffusi dal Ministero della Salute, in Italia, il 23% delle donne oltre i 40 anni e il 14% degli uomini con più di 60 anni è affetto da osteoporosi.

Frattura composta, scomposta ed esposta: cosa cambia

Le fratture possono essere inoltre suddivise in tre categorie:

  • Frattura composta

  • Frattura scomposta

  • Frattura esposta

Naturalmente, la classificazione completa delle fratture è più complessa. Per il medico è importante stabilire correttamente il tipo di trauma o comunque l’evento/patologia all’origine del danno osseo, approfondendone anche la dinamica. Un’altra suddivisione delle fratture è ad esempio quella in base al tipo di forza meccanica applicata sull’osso al momento del trauma. Esistono così le seguenti fratture:

  • Frattura per flessione

  • Frattura per compressione

  • Frattura per strappamento

  • Frattura per torsione

Concentriamoci per il momento sulle fratture composte, scomposte ed esposte, che è forse la qualifica più usata anche dai “non addetti ai lavori”.

Frattura composta

La frattura si definisce composta quando le parti dell’osso interessate rimangono sostanzialmente nella loro posizione anatomica originale.

Frattura scomposta

A contrario del caso precedente, la frattura scomposta è quella in cui i due monconi ossei subiscono uno spostamento. In base al tipo di deviazione rispetto alla posizione originaria, una frattura scomposta può a sua volta classificarsi come

  • laterale

  • angolare

  • rotatoria

  • longitudinale

Frattura esposta

Sono quelle fratture nelle quali si interrompe la continuità dei tessuti molli che ricoprono l’osso (vale a dire muscoli, fasce e pelle). Per dirla in parole semplici, sono quelle fratture il cui l’osso esce letteralmente dalla pelle. Fanno tanta impressione e sono anche temibili dal punto di vista chirurgico soprattutto per i rischi di danni vascolari, di infezioni e di assenza di guarigione.

Occhio alle fratture invisibili

La radiografia rappresenta l’indagine di primo livello: è rapida, poco costosa, non dannosa per il paziente (la dose di raggi X è bassa) e permette di individuare la maggior parte delle fratture.

Ma è uno strumento infallibile? Evidentemente no.

Come riportava uno studio condotto ormai una decina d’anni fa da un gruppo di ricercatori della Duke University e pubblicato sull’American Journal of Roentgenology, una frattura su tre resta invisibile ad una semplice radiografia.

Naturalmente, l’ortopedico e traumatologo ha anche altri strumenti di indagine per approfondire situazioni non così evidenti da una comune lastra come la tomografia computerizzata (Tac) e la risonanza magnetica (RM), entrambe molto preziose in ambito ortopedico.

… E alle fratture ossee non guarite

Sebbene l’osso sia tra i tessuti del corpo umano che guariscono meglio, sono molte le persone che convivono con i problemi causati da fratture ossee non guarite correttamente che, inizialmente, danno origine a fastidi “sopportabili” nel paziente.

Il punto è che le fratture ossee non guarite non vanno assolutamente sottovalutate. Quando non si forma un callo osseo tale da stabilizzare le parti danneggiate o si subisce un ritardo di consolidazione, il rischio è quello di incorrere in episodi di pseudoartrosi con dolori costanti oppure improvvisi a seguito di determinati movimenti o carichi.

Il tempismo è decisivo

Il tempismo è sempre decisivo per il trattamento ottimale di nuove fratture ossee o di fratture ossee non guarite, al fine di consentire al paziente il pronto e pieno ritorno ad una vita normale e ad un’eventuale attività sportiva. Per dubbi o maggiori approfondimenti, rivolgetevi sempre ad un ortopedico e traumatologo.

Quali sono gli sport più traumatici?

Ecco le discipline sportive più pericolose per le nostre articolazioni e alcuni consigli utili per prevenire gli infortuni. Gli sport più traumatici e quelli più sicuri

Fare sport regolarmente fa bene, su questo non c’è dubbio. A condizione di praticare una disciplina sportiva idonea alle proprie condizioni fisiche, alla propria età e di svolgerla in modo responsabile.

Il primo passo è proprio quello di conoscere quali sono gli sport più traumatici, vale a dire quelli che causano il maggior numero di infortuni. Ginocchia e anche sono tra le parti più sollecitate quando muoviamo il nostro corpo per eseguire un gesto tecnico sportivo, quindi non è così scontato sapere quali sport è meglio praticare e quali andrebbero evitati. Anche perché alcune discipline apparentemente alla portata di tutti possono nascondere delle insidie…

Traumi ed usura eccessiva: i rischi per le articolazioni di chi fa sport

Per questo, oltre ai traumi, bisogna stare attenti all’usura da sollecitazioni eccessive. La cartilagine articolare, infatti, rivestendo le estremità delle ossa consente loro di scivolare agevolmente l’una sull’altra in modo da permettere un normale movimento degli arti. Ma le sollecitazioni eccessive dovute alla pratica di una disciplina sportiva magari troppo intensa, piuttosto che a gesti tecnici eseguiti in maniera non corretta, ci espone a un progressivo processo di usura che può sfociare in un fenomeno di artrosi.

Gli sport più traumatici…

Escludiamo subito gli sport da combattimento come kick boxing piuttosto che la boxe che prevedono un contatto diretto per sua natura traumatico tra due o più soggetti che, evidentemente, rappresentano un elevato rischio infortuni. Dobbiamo poi aprire una parentesi per quello che riguarda le arti marziali che, fino a quando prevedono la semplice esecuzione di figure, se praticate con cautela, non rappresentano discipline pericolose.

Fatta questa piccola premessa: ecco gli sport più traumatici

  • Rugby. Di fatto è uno sport a forte contatto diretto, quindi che presenta un elevato rischio di traumi, contusioni e problemi ai legamenti.

  • Squash. Questa disciplina richiede prima di tutto uno sforzo molto intenso dal punto di vista cardiaco. Non di meno, concentrandoci sulle articolazioni, giocare in uno spazio molto piccolo, con continui cambi di direzione improvvisi il rischio infortuni è piuttosto alto.

  • Calcio/calcetto. Infortuni a ginocchia e caviglie (dalla semplice distorsione ai traumi più seri) per chi gioca a calcio sono all’ordine del giorno: dai contrasti alle perdite di equilibrio improvvise. Lo stesso vale per il calcio a 5, disciplina molto praticata a livello amatoriale ma non meno rischiosa del calcio a 11.

  • Pallavolo. I continui salti rappresentano sollecitazioni piuttosto dure per le nostre articolazioni e i problemi di usura alle ginocchia, oltre che infortuni di natura traumatica, sono piuttosto frequenti.

  • Basket. Vale lo stesso discorso fatto per la pallavolo. Chi soffre di problemi ad anche o ginocchia dovrebbe praticare queste disciplina con moltissima cautela.

  • Sci. Nonostante si possa praticare fino ad età avanzata è uno sport che mette a dura prova le nostre articolazioni senza considerare il rischio cadute piuttosto elevato che può portare a traumi e fratture. Sicuramente è poco indicato per chi soffre o ha sofferto di problemi ad anca e ginocchia.

  • Tennis. Anche questo è uno degli sport più praticati a livello amatoriale. La classica epicondilite con il dolore al gomito non è l’unico rischio per chi pratica lo sport della racchetta perché si tratta di una disciplina che sollecita anca e ginocchio per questo va praticato con molta attenzione.

  • Running. Altro sport molto praticato a livello amatoriale. Correre fa senz’altro bene ed è alla base della maggior parte delle discipline sportive, tuttavia le infiammazioni ai tendini (tendine rotuleo e articolazione femoro-rotulea) sono piuttosto frequenti specie quando si esagera. Praticare running si può, ma attenzione a farlo in modo molto graduale, fermandosi non appena si avverte un dolore, anche lieve, durante la corsa.

I consigli per evitare infortuni

I consigli per evitare infortuni sono sempre gli stessi e riguardano soprattutto il buon senso. Chi non pratica sport da un po’ non deve partire in quarta ma deve sempre mantenere una gradualità nella progressione e una frequenza di allenamento costante. Questo significa dare al nostro corpo anche i giusti tempi di recupero dopo uno sforzo fisico. Ci sono numerosi altri accorgimenti importanti, dalla scelta dei materiali giusti per ciascuna disciplina all’alimentazione corretta…

Tuttavia, come accennato poco fa, voglio sottolineare l’importanza di non sottovalutare fastidi anche lievi durante l’attività fisica come un piccolo dolore a gluteo o coscia, per esempio. Se si avvertono, meglio fermarsi immediatamente.

Gli sport più sicuri: nuoto e non solo

Detto degli sport più traumatici, vediamo quali sono invece le discipline più sicure.

Il nuoto è senza dubbio lo sport ideale per evitare traumi e sollecitazioni eccessive delle articolazioni. Dal punto di vista ortopedico dobbiamo rilevare come i movimenti del nuoto sollecitino muscoli che di solito non vengono mai coinvolti da altri sport, senza sovraccaricare le articolazioni. Inoltre, a differenza di altre discipline sportive, non si focalizza solo su determinate articolazioni distribuendo i movimenti in modo modo omogeneo su tutto il corpo.

E’ uno degli sport in assoluto più sicuri e può essere praticato a tutte le età. Inoltre l’azione dell’acqua, che evita l’impatto diretto col terreno, permette di praticare il nuoto anche quando si ha qualche chilo di troppo che. Condizione che, come abbiamo visto prima, mette a rischio le articolazioni nelle altre discipline sportive.

Ma non è l’unico. Esistono altre discipline che si possono praticare in sicurezza e, in particolare mi riferisco a:

  • Pilates

  • Yoga

  • Aerobica

  • Camminata veloce

  • Ginnastica morbida

  • Palestra (se eseguita in modo corretto e moderato, coadiuvati da personale esperto)

Insomma, le attività fisiche che non causano sovraccarichi e che quindi sono realmente alla portata di tutti non mancano certo. E come disse il professor Gerhard Uhlenbruck: “Lo sport è l’antiruggine per una salute di ferro”.

Artrosi post traumatica, attenzione a spalla o ginocchio

Cosa fare se, dopo una frattura, si soffre di artrosi post-traumatica alla spalla o al ginocchio

L’artrosi post-traumatica può rappresentare una grave e dolorosa complicanza dei traumi alle articolazioni. Ecco perché non va assolutamente sottovalutata.

Ma di cosa si tratta esattamente?

L’artrosi è una patologia degenerativa a carico delle articolazioni che provoca una progressiva distruzione della cartilagine articolare. Questo porta a una riduzione della funzionalità articolare associata a dolore (In questo articolo abbiamo già analizzato la differenza tra artrosi e artrite).

Artrosi post traumatica, i fattori di rischio

I fattori di rischio più importanti per lo sviluppo dell’artrosi in generale sono l’obesità, il sovraccarico dell’articolazione, le deviazioni dell’arto che possono creare degli squilibri nella distribuzione del carico articolare (ad esempio ginocchio valgo o ginocchio varo) e infine i traumi. Si parla, in quest’ultimo caso, di artrosi post traumatica.

La artrosi post traumatica è più spesso conseguenza di:

  • Fratture ossee intra-articolari

  • Lesioni legamentose

  • Rotture meniscali

Le fratture associate all’artrosi post-traumatica nella sua forma più classica sono le cosiddette fratture articolari. Vale a direquelle in cui la rima di frattura (ovvero la linea di rottura dell’osso) va ad interessare la superficie articolare dell’osso stesso. Quando si verificano queste fratture, si associa una “crepa” nella cartilagine che provoca uno stravaso di sangue intra-articolare con liberazione di una serie di fattori solubili che generano una forte infiammazione che può compromettere irrimediabilmente il buono stato delle cartilagini dell’articolazione interessata.

Cosa succede alle nostre articolazioni

Un quadro infiammatorio come questo, con il richiamo di cellule deputate teoricamente alla riparazione della frattura, fa sì che l’articolazione traumatizzata avrà un inevitabile declino verso la degenerazione artrosica. La rapidità e gravità di questa progressione degenerativa dipenderà anche da quanto il chirurgo riesce a ricomporre bene i frammenti della frattura. Se la frattura guarisce lasciando un “gradino” in articolazione, l’artrosi sarà sicuramente più rapida nel suo sviluppo.

Si dice che in questi casi l’obiettivo dell’ortopedico sia quello di effettuare una riduzione anatomica affinché la linea di frattura non sia più visibile in RX. Ma non sempre questa operazione risulta possibile…

Altri casi in cui si può sviluppare un’artrosi accelerata a causa di traumi sono ad esempio le lussazioni recidivanti di spalla oppure una lussazione dell’anca che causa un quadro non troppo dissimile da quello sopra descritto in caso di frattura articolare.

Quando si rompe il crociato anteriore del ginocchio la questione è ancora simile. Il trauma distorsivo durante il quale si rompe il legamento provoca la liberazione dei fattori dell’infiammazione, ma anche l’intervento stesso per ricostruirlo è un ulteriore trauma per l’articolazione e le cartilagini.

Il legamento va operato qualora l’articolazione risulti instabile poiché gli eventuali continui cedimenti sono dei microtraumi ripetuti che possono accelerare il declino verso l’artrosi.

Altro esempio è quello degli interventi chirurgici sulle articolazioni. Immaginate ad esempio un paziente con un tumore al collo del femore, a ridosso dell’articolazione dell’anca. Per operarlo eseguendo l’asportazione del tumore si andrà ad aprire la capsula articolare generando inevitabilmente un importante quadro infiammatorio. Questo influenzerà la prognosi dell’articolazione favorendo una degenerazione precoce verso l’artrosi.

Artrosi post traumatica: un esempio concreto

rx artrosi post traumatica paziente

Vi porto, infine un esempio concreto e reale di un mio paziente. Date un’occhiata a questa foto.

L’uomo, in seguito a una frattura (non articolare) di femore è stato operato con introduzione di un chiodo endomidollare (quel “ferro” che vedete nella radiografia). La guarigione del femore è avvenuta con una importante deviazionedell’arto inferiore e questo ha causato una degenerazione importante dell’articolazione del ginocchio.

Nella foto, si nota infatti come il ginocchio dell’arto senza chiodo sia ancora in buono stato con il corretto spazio di cartilagine (che appare in nero) tra femore e tibia.

Nell’arto con il chiodo invece il ginocchio è gravemente affetto da artrosi e le ossa di femore e di tibia sono gravemente deformate e a contatto tra loro, senza l’interposizione della cartilagine.

Cosa fare in una condizione simile?

Per gestire questa situazione, ho recentemente impiantato una protesi a questo paziente per sostituire il ginocchio malato che, oltre che gravemente dolente lo limitava sensibilmente nei movimenti.

E allora, occhio alle fratture vicino alle articolazioni perché possono stravolgere la meccanica articolare e provocare una artrosi post-traumatica.