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Cartilagine: si può rigenerare? E come?

Come si può favorire la rigenerazione della cartilagine del ginocchio e proteggere le nostre articolazioni

 

La cartilagine si può rigenerare? Quella sulla rigenerazione della cartilagine è una delle domande che mi sento rivolgere più di frequente dai miei pazienti. Non a caso, è uno dei quesiti più digitati anche online insieme ad altre domande del tipo: “Perché si consuma la cartilagine”, “cosa mangiare per rigenerare la cartilagine” ecc.

Procediamo con ordine e proviamo a fare un po’ di chiarezza sull’argomento.

La cartilagine si può rigenerare?

La risposta, al momento, è no.

Tutti sappiamo che la funzione la cartilagine è quella di proteggere le articolazioni e i loro movimenti ricoprendo le ossa e rendendo i movimenti fluidi e indolore e ammortizzando gli urti. Quello che è meno noto è che, essendo un tessuto poco vascolarizzato, ha delle capacità rigenerative ridotte.

Ma come stimolare al massimo le potenzialità rigenerative?

Fino a qualche anno fa, una delle tecniche più utilizzate era quella di stimolare l’osseo producendo delle micro-fratture. Con questa metodologia, si andavano a creare dei piccoli buchi nell’osso sottostante alla cartilagine del ginocchio danneggiata per provocarne il sanguinamento così da richiamare cellule della riparazione che potessero riparare anche la cartilagine.

Questa tecnica oggi è superata: i risultati, infatti, non erano del tutto soddisfacenti dal momento che la cartilagine che si formava attraverso le micro-fratture non ha le stesse caratteristiche del tessuto cartilagineo normale.

Come favorire la rigenerazione della cartilagine

Ecco perché mi è già capitato di sottolineare l’utilità del trattamento con cellule staminali mesenchimali (MSC) per la rigenerazione della cartilagine del ginocchio. Possiamo definirla come la nuova frontiera nella gestione terapeutica delle lesioni cartilaginee. 

In sostanza, il medico preleva le cellule dal grasso del paziente, filtrandole e iniettandole dove è presente il problema per stimolare la rigenerazione del tessuto con ottimi risultati specie nelle fasi iniziali della malattia. 

Questo perché numerosi studi hanno dimostrato che le cellule adipose presenti nel nostro corpo hanno un elevato potenziale rigenerativo.

Non bisogna però pensare che questa metodica sia miracolosa. È utile per dare un importante stimolo antiinfiammatorio il cui effetto benefico può durare per un anno o più, e possono dare uno stimolo in senso riparativo alle cartilagini. Ma di certo non possono permetterne una rigenerazione.

Negli ultimi anni si stanno inoltre diffondendo sempre più delle tecniche, peraltro già sperimentate anni addietro e sempre fallite, di trapianti di cartilagine. Sinceramente le ho sperimentate in passato per poi abbandonarle, e benché ci siano state alcune evoluzioni nelle ultime formulazioni, io resto comunque ancora scettico.

Cosa mangiare per rigenerare la cartilagine

Le lesioni della cartilagine si possono prevenire? E ancora: esistono dei consigli pratici per stimolare la rigenerazione?

Le domande sono in qualche modo sovrapponibili e hanno numerosi punti in comune. Iniziamo col dire che per stimolare la rigenerazione l’alimentazione svolge un ruolo importante e a tavola possiamo fare molto per la salute delle nostre articolazioni e non solo.

Come? 

Non è necessario investire in costose diete a base di superfood o alimenti esotici difficili da reperire. La dieta mediterranea è un ottimo punto di partenza per prendersi cura della cartilagine.

Questo perché si tratta di un’alimentazione varia ed equilibrata che combatte il sovrappeso e che prevede l’utilizzo di alimenti e condimenti come pesce, cereali e olio d’oliva che contribuiscono a ridurre le forme infiammatorie.

Sono utili anche frutta, frutta secca e verdure grazie al loro contenuto di Vitamina E, fibre e calcio. Insomma, una dieta equilibrata che riduca il consumo di sale e grassi.

Esistono poi i condroprotettori, ovvero gli integratori alimentari che favoriscono la protezione della cartilagine da una eccessiva usura che può portare poi all’artrosi. 

Sull’efficacia reale di questi integratori esistono studi contrastanti. Di certo non fanno male e non hanno effetti collaterali. Anzi, in linea di massima hanno effetti positivi. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare l’artrosi è una patologia che dipende da tanti fattori, quindi, se l’obiettivo è prevenire l’artrosi, il risultato finale non è garantito.

Tuttavia, come ho sottolineato in precedenza, una dieta equilibrata e un’alimentazione sana secondo i principi della dieta mediterranea è senza dubbio utile ad evitare il sovrappeso che causa stress eccessivo alle articolazioni degli arti inferiori.

Ecco perché, senza troppi sforzi, anche i pazienti possono fare la loro parte per prevenire lesioni della cartilagine e stimolarne la rigenerazione.

Tendinite rotulea, l’importanza della fisioterapia per il ginocchio del saltatore

La fisioterapia ha un ruolo fondamentale nella guarigione della tendinite rotulea (nota anche come ginocchio del saltatore). Ecco perché…

 

La tendinite rotulea, conosciuta anche come ginocchio del saltatore, è un disturbo che può “perseguitare” tanti sportivi, in particolare i pallavolisti o i cestisti, compromettendone le prestazioni in campo.

Si tratta di problemi piuttosto fastidiosi ma che, in molti casi, possono risolversi con degli esercizi mirati di fisioterapia senza dunque dover ricorrere alla chirurgia.

Cosa è la tendinite rotulea e quali sono i sintomi

La tendinopatia del rotuleo (o tendinite patellare) è una sindrome caratterizzata da dolore e disfunzione del tendine rotuleo che colpisce gli atleti saltatori dall’adolescenza fino anche ai 30 anni.

Il perché affligga particolarmente atleti di basket e volley è piuttosto semplice. Infatti, nell’azione di atterraggio dopo il salto, l’articolazione del ginocchio viene particolarmente stressata. Questo sovraccarico, unito ad altri fattori e ad una muscolatura del ginocchio non sufficientemente tonica causa dei microtraumi che, nel tempo, favoriscono l’insorgere di questa infiammazione del tendine.

In una fase iniziale i sintomi principali sono:

  • gonfiore del ginocchio

  • irrigidimento durante l’attività fisica

  • dolore sotto la rotula

  • sensazione di affaticamento nella zona del quadricipite

Quando questi sintomi si aggravano, possono arrivare a complicare anche semplici attività del quotidiano come fare le scale, accovacciarsi, alzarsi da una sedia o da un divano e perfino stare a lungo seduti.

Il trattamento del ginocchio del saltatore

Il trattamento chirurgico di questa tendinopatia può implicare una lunga riabilitazione e potrebbe essere in definitiva comunque scarsamente efficace sulla patologia. Ecco perché si tende a preferire un approccio conservativo tramite fisioterapia.

Se la problematica di infiammazione del tendine non è sempre risolvibile, diverso è il discorso per i sintomi della patologia quali il dolore, che generalmente possono scomparire o migliorare notevolmente con la fisioterapia.

Quindi, l’operazione chirurgica si prende in considerazione solo in caso di dolore cronico ed esclusivamente se il primo approccio con la fisioterapia non offre risultati soddisfacenti.

Fisioterapia per la tendinopatia del rotuleo, uno studio ha rivelato che…

Uno studio australiano del 2014 ha voluto fare il punto della situazione per individuare la miglior gestione della patologia mediante approccio conservativo non chirurgico, cioè fisioterapico.

I risultati sono molto interessanti (per leggere lo studio completo, Clicca Qui). Ecco in breve i punti salienti

I protocolli di studio prevedevano:

  • esercizi di rinforzo

  • esercizi di riduzione del dolore

  • allenamento specifico mirato al rientro allo sport

I pazienti venivano monitorati quotidianamente con un test specifico per valutare il livello di dolore e quindi la risposta del tendine agli esercizi proposti.

Lo studio ha permesso una migliore conoscenza della patologia, anche se restano da risolvere ancora alcune questioni.

Il fattore più importante nella gestione di atleti con tendinopatia del rotuleo è risultato essere l’educazione su come modificare il carico di lavoro in base ai sintomi percepiti.

Questo aspetto è fondamentale per assicurarsi che atleti e addetti ai lavori in ambito sportivo comprendano come aumentare o ridurre il carico in modo appropriato per valutare e modificare i fattori intrinseci o estrinseci che possono contribuire al sovraccarico tendineo.

Altre possibilità terapeutiche oltre a fisioterapia e chirurgia?

Si, esiste anche un’altra possibilità e si chiama medicina rigenerativa. Mi riferisco in particolare al PRP e alle cellule staminali mesenchimali. Clicca qui per saperne di più.

Una visita specialistica dall’ortopedico è essenziale per la diagnosi della tendinite del rotuleo.

Scopri come contattarmi e dove effettuare la tua visita in Lombardia, Liguria e Sicilia.

Ricostruzione del legamento crociato anteriore: si può rompere il nuovo LCA?

I pazienti sottoposti a ricostruzione del legamento crociato anteriore in artroscopia presentano un certo rischio di nuova rottura del legamento ricostruito. Facciamo chiarezza

 

La ricostruzione del legamento crociato anteriore e soprattutto la possibilità di una rottura del LCA ricostruito è sono argomenti sui quali è bene fare un po’ di chiarezza.

Facciamo però un passo indietro e iniziamo col dire che quando un paziente lesiona il legamento crociato anteriore (LCA) le possibilità terapeutiche da intraprendere per risolvere il problema sono essenzialmente due: quella conservativa e quella chirurgica.

Qualora si opti per la seconda scelta, l’intervento viene eseguito in artroscopia e prevede due tempi operatori precisi:

  • Nella prima parte si preleva il trapianto che andrà a costituire il nuovo legamento del ginocchio. Il trapianto può essere costituito o dai tendini dei muscoli semitendinoso e gracile oppure dal tendine rotuleo. La scelta del tipo di trapianto dipende fondamentalmente dalla tipologia di attività sportiva praticata dal paziente.
  • Nella seconda parte invece si scavano degli appositi tunnel nella tibia e nel femore all’interno dei quali si fa passare e si fissa il nuovo legamento.

 

Ricostruzione del legamento crociato anteriore, è possibile una nuova rottura?

Qualora si verificasse un nuovo trauma distorsivo nel paziente con crociato ricostruito, la probabilità di rompere il nuovo LCA è, a parità di trauma, superiore a quella di rottura del legamento “originale”.

Questo può dipendere da vari fattori, primo fra tutti la buona integrazione e sinovializzazione del trapianto (cioè la capacità del ginocchio di “fare suo” questo nuovo legamento). Nonché dal fatto che comunque il nuovo crociato non ha quasi mai la medesima robustezza di quello nativo.

In realtà, la nuova rottura rappresenta un evento non così frequente. Questo anche perchè spesso lo sportivo che ritorna all’attività dopo l’intervento, specie se praticata a livello amatoriale, tende a prestare una maggiore attenzione nei contatti ed è più cauto nei contrasti, memore di quanto accaduto in precedenza.

Gli articoli scientifici quantificano questo rischio di ri-rottura del LCA come pari al 5-10% dei casi a seconda delle casistiche prese in esame.

Cosa succede in caso di rottura del LCA ricostruito?

Ma se il crociato ricostruito dovesse rompersi? Nel caso in cui avvenga la rottura del legamento crociato anteriore ricostruito, si dovrà procedere a un intervento di revisione del LCA. Questa volta usando come trapianto un tendine sano residuato al precedente intervento, o dal ginocchio controlaterale o da cadavere. In rari casi si possono utilizzare i legamenti artificiali, ma questa è una metodica che non apprezzo per svariati motivi.

L’intervento di revisione del crociato però non assicura gli stessi risultati della ricostruzione primaria. Uno studio multicentrico del 2017 conclude che le complicanze più frequenti di questa procedura sono la rigidità e il dolore anteriore al ginocchio, nonché una frequenza di rottura del secondo trapianto superiore al 10%.

Insomma, i pazienti sottoposti a ricostruzione del legamento crociato anteriore in artroscopia presentano comunque un rischio di nuova rottura per quanto ridotto. Ecco perché la cautela, specie per chi pratica attività sportive come il calcio (ma non solo) è d’obbligo. Soprattutto per gli sportivi di livello amatoriale che vogliono mantenere una buona funzionalità del ginocchio sul lungo termine.

Emergenza coronavirus, quando ricominceranno gli interventi all’anca e al ginocchio

Gli interventi all’anca e al ginocchio rimandati durante l’emergenza coronavirus riprenderanno prossimamente. Nel frattempo ecco qualche consiglio

Tutti abbiamo ancora negli occhi le immagini della vestizione del personale sanitario, simile a quella di un astronauta o le mille altre istantanee che in queste settimane sono diventate il simbolo di questa emergenza sanitaria. E per chi, come me, quelle sono più che immagini ma frammenti di vita quotidiana e lavoro in reparto, non è semplice scrivere quando i numeri di questa pandemia, nonostante rallentino, restano ancora alti.

Però scriverò, perché voglio spiegare perché tutti gli interventi chirurgici di tipo elettivo, ovvero quelli non di urgenza, sono stati annullati. E perché potrebbero riprendere presto.

Il fatto che operazioni programmate non urgenti come protesi di anca e al ginocchio siano state annullate è una scelta per tutelare la salute dei pazienti; in sostanza, durante queste settimane sono state garantite solo le attività chirurgiche oncologiche e di emergenza-urgenza.

Oltre a tutelare la salute dei pazienti, questa scelta ha permesso al personale medico di dedicarsi alla gestione dei pazienti ricoverati per Covid-19 rendendo disponibili più posti letto sia in reparto che in terapia intensiva. E sappiamo bene come, specie in Lombardia, fino a pochi giorni fa questo fosse un problema gravissimo.

Gli interventi all’anca e al ginocchio riprenderanno a Maggio?

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Oggi possiamo immaginare, o soprattutto sperare, che le operazioni di chirurgia elettiva (come la protesica di anca e di ginocchio e gli interventi ai legamenti) potranno riprendere nelle prossime settimane. Non c’è ancora una data certa, ma verosimilmente credo che una graduale ripresa potrà iniziare verso maggio. Sono fiducioso. Ma la priorità assoluta è sempre quella di garantire la sicurezza dei pazienti e quindi di tutti noi come cittadini.

In questo periodo non ho mai smesso questo “filo diretto” con i miei pazienti (tramite questo blog, i social media e tutti gli altri sistemi di comunicazione) perché so che questa situazione di emergenza coronavirus può aver causato forti disagi a chi avrebbe dovuto operarsi e a quanti si erano appena sottoposti ad un intervento e stavano iniziando un percorso di riabilitazione. È proprio per questo che abbiamo sempre mantenuto un ambulatorio aperto per gestire le problematiche ortopediche urgenti.

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I miei consigli se siete appena stati operati all’anca o al ginocchio

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Se siete stati da poco operati all’anca o al ginocchio il mio consiglio è quello di continuare il percorso di riabilitazione a casa eseguendo gli esercizi fisioterapici indicati.

Sui social in questi giorni sono comparsi molti post ironici sul rischio di prendere peso durante questo periodo di “quarantena”. Scherzi a parte, è importante seguire una dieta equilibrata ed evitare di sottoporre le articolazioni e le parti operate a sollecitazioni eccessive.

Evitate sforzi o situazioni di rischio che potrebbero causare cadute o nuovi traumi. Ma questo non vuol dire restare sdraiati tutto il giorno perché la sedentarietà ostacola il corretto percorso di recupero dopo interventi di questo tipo. Quindi bisogna cercare di mantenere un minimo di attività fisica con esercizi anche semplici ed eseguibili anche nelle case più piccole. Il web è pieno di video o app che ci possono dare una mano in questo senso

Quando previsto, seguite il programma riabilitativo prestabilito con l’eventuale fisioterapista in modo regolare e progressivo.

E se ci fosse un qualche tipo di problema che vi preoccupa, potete sempre espormi la questione sui miei canali social.

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I miei consigli se avreste dovuto operarvi all’anca o al ginocchio in questo periodo

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Come appena detto, sono fiducioso che gli interventi di chirurgia elettiva riprenderanno “presto”. Nel frattempo, proseguite la terapia analgesica e antiinfiammatoria qualora vi sia stata prescritta ed evitate di sottoporre l’articolazione da operare a particolari sollecitazioni.

Come abbiamo visto altre volte, specie nelle operazioni all’anca il tempismo è fondamentale per evitare rischiose complicazioni. Per questo è bene sapere che, solo in caso di emergenza come ad esempio una caduta o un nuovo trauma alla parte operata (o da operare), è comunque possibile recarsi in ospedale.

In ogni caso, il mio invito è quello di contattare il vostro medico curante prima di accedere al pronto soccorso, perché questo è sempre un posto dove si può rischiare di essere contagiati.

Che siate appena stati operati o che il vostro intervento sia stato rimandato per ragioni di sicurezza, io ci sono. Come sempre. Per qualsiasi informazione, dubbio o consiglio contattatemi.

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Protesi all’anca e ginocchio per artrosi: anestesia e degenza

Quale anestesia si sceglie per gli interventi di protesi all’anca e ginocchio per artrosi? Quanti giorni di degenza e quali i tempi di recupero necessari? Scopriamoli insieme

 

L’evoluzione dell’artrosi dell’anca e del ginocchio può portare le persone affette da queste patologie a doversi sottoporre a interventi chirurgici per l’impianto di protesi. Attualmente, questa risulta infatti la soluzione più efficace per ridurre il dolore, permettendo conseguentemente all’articolazione di riprendere una buona funzionalità.

La coxartosi, comunemente conosciuta come artrosi dell’anca, consiste in una graduale usura della cartilagine presente tra l’osso del bacino (acetabolo) e la testa del femore, andando nel concreto a eliminare quella parte che dovrebbe fungere da ammortizzante e lubrificante, lasciando il posto a sfregamenti dolorosi e sempre più difficoltosi, con una progressiva riduzione della qualità della vita. (Scopri quali sono i sintomi di artrosi all’anca).

Allo stesso modo, il problema legato alla perdita di cartilagine del ginocchio (gonartrosi), comporterà uno sfregamento doloroso delle ossa interessate (femore, tibia e rotula). Questo costringe i giunti a una situazione insostenibile per il paziente,  rendendo necessario il ricorso a una protesi.

Vediamo ora quale tipo di anestesia si utilizza per l’impianto di protesi all’anca e ginocchio…

Quale anestesia viene utilizzata per l’impianto di protesi all’anca e ginocchio?

Gli interventi per l’impianto di protesi all’anca e ginocchio possono essere eseguiti sia in anestesia generale che periferica, mediante ricorso a peridurale o spinale. La scelta verrà fatta dal chirurgo e dall’anestesista tenendo conto di una serie di fattori, quali:

  • Stato di salute del paziente al momento dell’intervento
  • Eventuali patologie da cui lo stesso è affetto
  • Conformazione della colonna vertebrale del paziente
  • Assunzione recente di farmaci o necessità di ricorrere quotidianamente ad alcuni di essi
  • Allergie note a farmaci e alimenti
  • Problematiche legate all’assunzione di alcool, fumo e droghe
  • Anestesie pregresse ed eventuali complicazioni occorse
  • Casi familiari di reazioni avverse a farmaci
  • Esperienza dell’anestesista ed eventuali protocolli di gestione ospedalieri

Solitamente, quando si opta per l’anestesia generale lo si fa per problemi legati alla coagulazione del sangue oppure alla colonna vertebrale che potrebbero ostacolare l’esecuzione e la diffusione dell’anestetico. Inoltre questa scelta riduce, secondo alcuni anestesisti, il rischio di trombosi non determinando una vasodilatazione. In questo caso il paziente durante tutto l’intervento non sarà cosciente e costantemente monitorato.

In alternativa si potrebbe optare per il ricorso all’anestesia peridurale. Questa prevede la desensibilizzazione di una parte del corpo mediante il blocco dei nervi del midollo spinale andando di fatto a eliminare qualsiasi sensazione di dolore. L’iniezione dell’analgesico avverrà mediante un catetere posizionato per l’appunto nello spazio epidurale; la puntura viene effettuata tra due vertebre.

Altra soluzione loco-regionale, al giorno d’oggi la metodica più usata, è l’anestesia spinale (o, più correttamente, anestesia subaracnoidea) che prevede un’iniezione dell’anestetico all’interno del sacco durale. Questa soluzione risulta però sconsigliata in pazienti affetti da particolari patologie a carico del sistema nervoso centrale e, ancora, in pazienti con gravi patologie della colonna vertebrale nelle quali risulta troppo difficoltosa l’iniezione dell’anestetico tra le vertebre.

Di norma gli interventi di impianto di protesi ad anca e ginocchio hanno una durata variabile da 45 minuti a 2 ore.

Degenza post operatoria: quali sono i tempi di recupero dopo l’impianto?

La degenza in reparto di ortopedia in seguito all’intervento ha solitamente una durata compresa tra i 4 e i 6 giorni, periodo durante il quale il paziente potrebbe soffrire di dolori post-operatori comunque superabili con appositi antidolorifici.

Dopo la dimissione dal reparto di ortopedia è consigliabile il trasferimento presso un reparto di riabilitazione per una progressiva rieducazione al passo, specialmente nei pazienti anziani che non camminavano più da qualche tempo.

Chi si sottopone a un’operazione per l’inserimento di una protesi all’anca potrebbe tranquillamente ritrovarsi in piedi già dopo poche ore dall’intervento. Questo però dipende da molti fattori intra e pre-operatori, come ad esempio la qualità dell’osso e dei tessuti molli. In seguito alle dimissioni si potrà poi procedere con la riabilitazione, impiegando stampelle per un periodo variabile dalle 2 alle 4 settimane, fino alla completa ripresa.

In seguito invece all’inserimento di una protesi al ginocchio le tempistiche per il recupero saranno leggermente più lunghe, più o meno dalle 4 alle 6 settimane minimo. Periodo durante il quale, oltre a sottoporsi a esercizi fisioterapici con ginnastica riabilitativa per recuperare la normale funzione articolare, bisognerà spostarsi impiegando le stampelle.

La durata delle attuali protesi impiantate varia dai 10 ai 20-25 anni per quelle alle anche e dai 10 ai 20 anni per quelle alle ginocchia, in base a numerosi fattori tra cui, in primis, l’integrazione dell’impianto con l’osso del paziente e lo stile di vita del paziente. In ogni caso risulta necessario sottoporsi a controlli periodici (con visita e radiografie) per valutarne lo stato.

Cartilagine del ginocchio, le staminali funzionano davvero per evitare la protesi?

Hai sentito parlare del trattamento con cellule staminali mesenchimali (MSC) per la cartilagine del ginocchio? Ecco come funziona e quali sono i limiti di questa nuova terapia

 

Negli ultimi anni, si sta diffondendo in campo ortopedico l’utilizzo dell’innesto di cellule staminali mesenchimali (MSC) da tessuto adiposo (vedi immagine) per trattare i danni cartilaginei soprattutto del ginocchio e quindi ritardare l’artrosi. E’ una metodica affascinante, ma è una terapia così efficace?

E ancora: Siamo di fronte ad una cura per l’artrosi che può evitare l’utilizzo della protesi?

Per scoprirlo, procediamo con ordine…

La cartilagine: “ammortizzatore” per il nostro ginocchio

Iniziamo col dire che la cartilagine è il tessuto che riveste le ossa nelle articolazioni. La sua struttura è altamente specializzata e svolge le funzioni di “ammortizzatore” articolare e soprattutto consente lo scorrimento dei capi articolari con un basso livello di attrito.

Vista la sua natura di tessuto non vascolarizzato e non innervato, qualora si verifichino dei danni alla sua struttura, le possibilità rigenerative naturali sono davvero limitate.

I limiti di rigenerazione della cartilagine

Le tecniche più utilizzate fino a qualche anno fa erano quelle di stimolazione dell’osseo come la metodica delle micro-fratture. In sostanza, si andavano a creare dei piccoli buchi nell’osso sottostante alla cartilagine del ginocchio danneggiata per provocarne il sanguinamento così da richiamare cellule della riparazione che potessero riparare anche la cartilagine.

Si è visto però che la cartilagine che si forma con queste metodiche non ha le stesse caratteristiche della cartilagine normale. E i risultati infatti non sono così soddisfacenti.

L’uso delle cellule staminali mesenchimali (MSC)

Negli ultimi anni si stanno diffondendo le metodiche che prevedono l’impiego delle cellule staminali. Le cellule staminali sono cellule indifferenziate che, a contatto con altre cellule, possono differenziarsi e diventare come le cellule alle quali si trovano vicine.

Queste, in particolare, rappresentano una forma di cellule staminali di tipo “multipotente”, vale a dire che possono dare origine a una serie di cellule di diversi tessuti come ad esempio l’osso, la cartilagine e il tessuto adiposo. Ma non possono ricreare ogni tipo di tessuto dell’organismo. Ecco perché queste cellule potrebbero rappresentare una importante novità nel trattamento dei danni cartilaginei.

Cellule staminali mesenchimali per la cartilagine del ginocchio: la mia esperienza

Personalmente dal 2014 sto utilizzando la tecnica delle cellule staminali mesenchimali prelevate dal tessuto adiposo del paziente stesso. Questa metodica è finita sotto i riflettori perché recentemente si è scoperto che il tessuto adiposo contiene circa 500 volte il numero di cellule staminali contenute nel midollo osseo.

Un metodo promettente, ma…

Devi sapere che gli archivi di letteratura scientifica sono ricchi di articoli circa l’utilizzo di cellule staminali mesenchimali per la cartilagine del ginocchio, con sperimentazioni sia in vitro che poi in vivo.

Dagli studi emerge che è sicuramente una metodica molto promettente. Ma è giusto mantenere ancora un po’ di scetticismo: non si può pensare di usarla per qualsiasi problematica o dolore di una articolazione. E non la si può indicare a tutti i pazienti. Ma su questo punto torneremo tra un attimo…

Da un punto di vista prettamente scientifico rimangono aperte le seguenti questioni:

  • Come promuovere al meglio la differenziazione in cellule della cartilagine (condrociti)

  • Come avviene dal punto di vista molecolare la riparazione cartilaginea?

Dal punto di vista pratico e clinico, che è quello che poi interessa al paziente, la tecnica prevede che tramite una mini-incisione sulla pancia (lunga 5 mm.) si prelevino con una apposita siringa circa 10 ml di tessuto adiposo. Questo viene quindi ripulito dalle impurità al fine di avere la massima concentrazione di cellule staminali.

Il preparato viene quindi iniettato nella sede da trattare. L’invasività della metodica è quindi davvero limitata.

Ma… c’è un ma.

Bisogna fare attenzione a chi prospetta guarigioni miracolose in pazienti che hanno possibilità pressoché inesistenti di rigenerazione cartilaginea. O peggio, in pazienti nei quali il dolore non dipende da una problematica di usura cartilaginea.

Ci sono pazienti nei quali le cellule mesenchimali per l’artrosi non sono indicate. Qualche esempio? Specie le persone più anziane e con artrosi di anca o ginocchio gravemente valgo.

Vediamo insieme perché:

  • In una donna con età superiore a 70 anni non ha senso utilizzare questa tecnica perché nel tessuto adiposo di una signora presumibilmente in menopausa da anni, le cellule staminali sono pressoché inesistenti.

  • Anche in un paziente con 70 anni o più che presenta uno stato di artrosi avanzata, ovvero con una completa usura e deformità dell’articolazione dimostrabile tramite una semplice radiografia non ha senso la terapia delle staminali perché l’articolazione è già troppo compromessa. In un caso simile, si può soltanto attendere che il paziente “consumi quel che rimane da consumare” della sua articolazione per poi pensare a una protesi, altrimenti il rischio sarebbe quello di dover far fronte a gravi limitazioni di movimento

  • E’ stato dimostrato che l’iniezione di MSC nei pazienti con artrosi di anca offre scarsi risultati ed ha un maggior rischio di complicanze come ad esempio un’infezione.

  • Infine parliamo del paziente con ginocchio gravemente varo o valgo che causa artrosi monocompartimentale. Anche in questo caso le cellule staminali mesenchimali non offrono risultati soddisfacenti. O meglio: possono dare un iniziale miglioramento del dolore che può proseguire anche qualche mese ma, vista la deformità, l’articolazione continuerà a consumarsi in modo anomalo a causa della sbilanciata distribuzione del peso sulla cartilagine rendendo inutile il trattamento.

Quest’ultimo caso merita un distinguo. Dal momento che è ormai assodato come queste cellule, oltre a spegnere l’infiammazione, promuovono la vascolarizzazione, la proliferazione cellulare, la differenziazione e la modulazione della risposta infiammatoria, io personalmente le sto utilizzando con le ottime soddisfazioni dei casi di ginocchio varo. Associando però l’intervento di osteotomia (con il quale raddrizzo l’asse del ginocchio) all’iniezione di MSC sia nel ginocchio che nella sede di osteotomia.

In questo modo si riesce a favorire sia un beneficio dell’articolazione sia una migliore e più rapida guarigione nella sede di osteotomia, cioè dove pratico un taglio nella tibia.

Uno studio del 2018 dimostra che…

Uno studio del 2018 eseguito trattando con questa metodica 11 articolazioni del ginocchio con rivalutazione a 18 mesi ha dato i seguenti esiti, con i quali mi trovo concorde:

  • Miglior effetto terapeutico a 6 mesi, con una miglior struttura cartilaginea valutata in risonanza magnetica

  • Incremento statisticamente significativo di tutti gli score di valutazione clinica e funzionale durante la fase di follow-up

  • Decremento del beneficio dopo i 6 mesi, anche se il beneficio può arrivare a durare fino a un paio di anni

Lo studio conclude pertanto che la maggior parte dei benefici della metodica dipendono dalle proprietà anti-infiammatorie, immunomodulatrici e paracrine di queste cellule. La capacità rigenerativa dei tessuti invece, che in vitro dipende dall’azione di fattori specifici che inducono le cellule a differenziarsi verso un certo tipo di tessuto, in vivo vede l’interazione di una lunga serie di fattori con dei meccanismi ben più complessi.

Ecco perché si rendono ancora necessari studi che valutino i risultati a lungo termine delle MSC per la cartilagine del ginocchio.

Occhio a chi la propone come “tecnica miracolosa per tutti” perché…

A seconda poi delle casistiche, si possono usare anche con altri pazienti ma – lo ripeto ancora una volta – occhio a chi propone questa tecnica come “ miracolosa a tutti” con leggerezza.

Non è così.

La verità è che capita di vedere proporre questa tecnica a pazienti a in cui non serve perché l’articolazione è già troppo compromessa. In questo caso, il problema si ripresenterà dopo poco tempo. Ma è altrettanto inutile in tutti quei casi in cui l’origine del dolore non è nel danno cartilagineo.

Si tratta di un caso più complesso…

Mi spiego meglio. Se trattati con le cellule staminali mesenchimali, questi pazienti potrebbero anche sentirsi bene. Ma in realtà sarebbero stati bene anche senza questo trattamento perché la guarigione sarebbe avvenuta indipendentemente. Questo, al lato pratico significa senza bisogno di ricovero e, soprattutto senza l’esborso di denaro.

“Già, i soldi… Consideriamo che si tratta di una pratica nuova NON ancora passata dal SSN che, senza assicurazioni, ha un costo per il paziente variabile in base alla struttura ospedaliera e che si aggira tra i 2.500 e i 3.500 euro.”

Una buona ragione in più per utilizzarla solo quando si è realmente certi dei suoi benefici effettivi per il paziente.

Integratori per la cartilagine: la verità sui condroprotettori

Scopri cosa sono i condroprotettori e se servono davvero come integratori per la cartilagine di ginocchio, anca…

Il tuo ortopedico ti ha prescritto dei condroprotettori alla comparsa dei primi sintomi legati all’usura delle cartilagini? Vorresti sapere qualcosa di più su questi integratori alimentari e se servono realmente?

Ne parliamo in questo articolo…

Cosa sono i condroprotettori

Per prima cosa, devi sapere che i condroprotettori sono integratori alimentari che servono a proteggere la cartilagine da una eccessiva usura che può portare poi all’artrosi. Non si tratta di prodotti nuovi o particolarmente innovativi visto che sono stati sviluppati già negli anni ‘80…

Il concetto che sta alla base della loro assunzione è semplice: ogni bustina o pastiglia contiene al suo interno tutti i componenti di cui ha bisogno il nostro organismo per creare le sostanze di cui è fatta l’articolazione.

Esistono numerose case produttrici di integratori per la cartilagine e tutti contengono gli stessi ingredienti base:

  • Glucosamina

  • Condroitin solfato

  • Collagene idrolizzato

Insomma, i mattoncini che costituiscono una articolazione in buona salute. E tutti sono prodotti da banco.

Naturalmente, poi ci sono molte formulazioni con piccole variazioni come l’aggiunta di vitamina D (che aiuta le ossa e il sistema immunitario) o la Boswellia, che avrebbe importanti proprietà anti-infiammatorie.

I condroprotettori sono sicuri?

Sì. Questi sono prodotti dal profilo assolutamente sicuro e privo di effetti collaterali. Possono assumerli tutti, salvo qualche paziente con rare allergie ad alcuni degli ingredienti.

Molti pazienti mi chiedono spesso: “ma funzionano?”. Sì, tendenzialmente funzionano. E l’unico effetto collaterale è in effetti sul portafoglio, trattandosi di integratori alimentari.

E funzionano davvero?

Sulla loro efficacia gli studi scientifici sono un po’ controversi per quanto riguarda la prevenzione dell’artrosi.

Questo perché l’artrosi è una patologia che dipende da tanti fattori. Mettere a confronto due gruppi di pazienti (uno che assume l’integratore e uno che non lo assume) sarebbe un’impresa di difficilissima interpretazione.

Esistono però studi con un esito sicuramente favorevole per quel che riguarda la riduzione del dolore da artrosi.

Questo è l’esempio di uno studio multicentrico del 2016 condotto tra Francia, Germania e Polonia che compara gli effetti di un condroprotettore con quelli del Celecoxib, un noto farmaco anti-infiammatorio. Gli studiosi concludono che, dopo 6 mesi di terapia, il condroprotettore dimostrava una efficacia sovrapponibile a quella del farmaco classico (con effetti quali: riduzione del dolore, della rigidità, della limitazione funzionale e del gonfiore) con un buon profilo di sicurezza.

Conclusione sugli integratori per la cartilagine

Lo studio (che puoi trovare qui) supporta quindi quello che ho sempre affermato: gli integratori della cartilagine contribuiscono forse a rallentare la progressione verso l’artrosi, ma soprattutto aiutano a ridurre l’assunzione degli anti-infiammatori classici, prodotti gravati da una lunga serie di possibili effetti collaterali.

Edina Begic, intervento riuscito

FLASH NEWS – Presto la rivedremo sotto rete sui campi da volley e questa è la notizia migliore per la giocatrice bosniaca della Saugella Monza, Edina Begic e per tutti gli appassionati di pallavolo.

Poche ore fa, la schiacciatrice della formazione monzese, è stata operata nella Clinica Zucchi di Monza dal Prof. Claudio Manzini e dal Dott. Marco Pungitore a seguito della rottura del legamento crociato anteriore patito dalla giocatrice bosniaca durante la gara tra Monza e Bergamo il 6 ottobre scorso durante il Memorial Ferrari di Novara.

L’intervento è perfettamente riuscito e la giocatrice, che ha già iniziato un percorso di riabilitazione fisioterapica, può ora guardare con fiducia al rientro in campo.

Artrosi post traumatica, attenzione a spalla o ginocchio

Cosa fare se, dopo una frattura, si soffre di artrosi post-traumatica alla spalla o al ginocchio

L’artrosi post-traumatica può rappresentare una grave e dolorosa complicanza dei traumi alle articolazioni. Ecco perché non va assolutamente sottovalutata.

Ma di cosa si tratta esattamente?

L’artrosi è una patologia degenerativa a carico delle articolazioni che provoca una progressiva distruzione della cartilagine articolare. Questo porta a una riduzione della funzionalità articolare associata a dolore (In questo articolo abbiamo già analizzato la differenza tra artrosi e artrite).

Artrosi post traumatica, i fattori di rischio

I fattori di rischio più importanti per lo sviluppo dell’artrosi in generale sono l’obesità, il sovraccarico dell’articolazione, le deviazioni dell’arto che possono creare degli squilibri nella distribuzione del carico articolare (ad esempio ginocchio valgo o ginocchio varo) e infine i traumi. Si parla, in quest’ultimo caso, di artrosi post traumatica.

La artrosi post traumatica è più spesso conseguenza di:

  • Fratture ossee intra-articolari

  • Lesioni legamentose

  • Rotture meniscali

Le fratture associate all’artrosi post-traumatica nella sua forma più classica sono le cosiddette fratture articolari. Vale a direquelle in cui la rima di frattura (ovvero la linea di rottura dell’osso) va ad interessare la superficie articolare dell’osso stesso. Quando si verificano queste fratture, si associa una “crepa” nella cartilagine che provoca uno stravaso di sangue intra-articolare con liberazione di una serie di fattori solubili che generano una forte infiammazione che può compromettere irrimediabilmente il buono stato delle cartilagini dell’articolazione interessata.

Cosa succede alle nostre articolazioni

Un quadro infiammatorio come questo, con il richiamo di cellule deputate teoricamente alla riparazione della frattura, fa sì che l’articolazione traumatizzata avrà un inevitabile declino verso la degenerazione artrosica. La rapidità e gravità di questa progressione degenerativa dipenderà anche da quanto il chirurgo riesce a ricomporre bene i frammenti della frattura. Se la frattura guarisce lasciando un “gradino” in articolazione, l’artrosi sarà sicuramente più rapida nel suo sviluppo.

Si dice che in questi casi l’obiettivo dell’ortopedico sia quello di effettuare una riduzione anatomica affinché la linea di frattura non sia più visibile in RX. Ma non sempre questa operazione risulta possibile…

Altri casi in cui si può sviluppare un’artrosi accelerata a causa di traumi sono ad esempio le lussazioni recidivanti di spalla oppure una lussazione dell’anca che causa un quadro non troppo dissimile da quello sopra descritto in caso di frattura articolare.

Quando si rompe il crociato anteriore del ginocchio la questione è ancora simile. Il trauma distorsivo durante il quale si rompe il legamento provoca la liberazione dei fattori dell’infiammazione, ma anche l’intervento stesso per ricostruirlo è un ulteriore trauma per l’articolazione e le cartilagini.

Il legamento va operato qualora l’articolazione risulti instabile poiché gli eventuali continui cedimenti sono dei microtraumi ripetuti che possono accelerare il declino verso l’artrosi.

Altro esempio è quello degli interventi chirurgici sulle articolazioni. Immaginate ad esempio un paziente con un tumore al collo del femore, a ridosso dell’articolazione dell’anca. Per operarlo eseguendo l’asportazione del tumore si andrà ad aprire la capsula articolare generando inevitabilmente un importante quadro infiammatorio. Questo influenzerà la prognosi dell’articolazione favorendo una degenerazione precoce verso l’artrosi.

Artrosi post traumatica: un esempio concreto

rx artrosi post traumatica paziente

Vi porto, infine un esempio concreto e reale di un mio paziente. Date un’occhiata a questa foto.

L’uomo, in seguito a una frattura (non articolare) di femore è stato operato con introduzione di un chiodo endomidollare (quel “ferro” che vedete nella radiografia). La guarigione del femore è avvenuta con una importante deviazionedell’arto inferiore e questo ha causato una degenerazione importante dell’articolazione del ginocchio.

Nella foto, si nota infatti come il ginocchio dell’arto senza chiodo sia ancora in buono stato con il corretto spazio di cartilagine (che appare in nero) tra femore e tibia.

Nell’arto con il chiodo invece il ginocchio è gravemente affetto da artrosi e le ossa di femore e di tibia sono gravemente deformate e a contatto tra loro, senza l’interposizione della cartilagine.

Cosa fare in una condizione simile?

Per gestire questa situazione, ho recentemente impiantato una protesi a questo paziente per sostituire il ginocchio malato che, oltre che gravemente dolente lo limitava sensibilmente nei movimenti.

E allora, occhio alle fratture vicino alle articolazioni perché possono stravolgere la meccanica articolare e provocare una artrosi post-traumatica.