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Come preparare la sala operatoria per un intervento di protesi d’anca

Garantire sterilità, ottimizzare tempi e coordinare al meglio il lavoro durante l’intervento di protesi d’anca: come preparare la sala operatoria [Video].

 

Preparare la sala operatoria in vista di un intervento di protesi d’anca è un’operazione essenziale ma spesso sottovalutata, o almeno poco conosciuta.

Mi imbatto di frequente in amici o conoscenti che fantasticano su come possa essere l’ambiente in sala operatoria. 

Ed è per questo che ho preparato questo breve video in time-lapse, che riassume in poco più di un minuto il lavoro di circa due ore, tra preparazione della sala e intervento di protesi. Un documento che può essere utile per comprendere davvero quello che accade in sala.

Guarda il Video

Sala operatoria: quello che pensano i pazienti

Molti immagino la sala operatoria come una sorta di speciale stanza di passaggio, passata la quale ogni casa è perfettamente sterile e senza batteri.  

Non è così. La realtà è ben diversa da questo scenario quasi fantascientifico. 

I batteri e i virus sono ovunque e non è pensabile di eliminare tutti i microrganismi da un ambiente nel quale siano presenti contemporaneamente degli esseri umani, la cui pelle e le cui mucose sono colonizzate da microbi.

La sterilità negli interventi è garantita dalla preparazione del campo operatorio sterile, allestito da infermieri specializzati e chirurghi. 

Come preparare la sala operatoria

Per prima cosa, l’operatore deve effettuare un particolare lavaggio di circa 5 minuti con un disinfettante che pulisca mani e avambracci in profondità.

Solo dopo, si può iniziare a preparare paziente e allestire la zona di lavoro. Si pulisce la cute dell’arto da operare con una soluzione disinfettante e si allestiscono dei tavolini coperti con teli sterili dove poggiare gli strumenti.

Camici, cappellino, mascherine e i copri-calzari in tessuto verde sono semplicemente puliti (ma non sterili), mentre tutti i teli, tavoli, caschi e camici di colore azzurro sono invece stati sterilizzati. 

Questo significa che gli operatori che non sono vestiti di azzurro non possono toccare la zona dove si effettua l’incisione. 

Possono comunque entrare in sala operatoria. Anche se, a intervento iniziato, è sempre meglio che non ci sia troppo “viavai” in sala proprio per mantenere le migliori condizioni igieniche.

All’inizio del video noterai che gli infermieri di sala, dopo aver preparato i tavoli coperti con i telini azzurri, cominciano ad aprire tutti quegli strumenti monouso che sono dentro apposite buste che li rendono sterili e, senza toccarli (così come non vengono toccati i telini azzurri sterili) devono appoggiare gli strumenti sui tavolini. 

I “ferri del mestiere” e l’autoclave

Gli scatoloni di metallo che vedi sono invece i contenitori con tutti “i ferri” per le operazioni di protesi. Questi contenitori vanno maneggiati con cautela perché ciò che vi è all’interno è appena uscito dall’autoclave ed è quindi perfettamente sterile. 

Terminata l’operazione all’anca, gli strumenti vengono nuovamente inseriti nell’apposita autoclave per sterilizzare e preparati per li prossimi interventi.

L’autoclave non è altro che un recipiente a pressione che effettuare un processo di sterilizzazione mediante vapore saturo (intorno ai 120/130 °C) ossia la completa inattivazione di tutti i microrganismi sulle superfici esterne e interne degli strumenti destinati alle attività sanitarie.

Solo quando gli strumenti sono tutti pronti, si porta il paziente anestetizzato in sala e si prepara l’arto affinché la zona da incidere sia sterile e perfettamente isolata dalle altre porzioni del corpo che sono invece “contaminate”. 

Via all’intervento di protesi d’anca

A questo punto si posiziona correttamente la lampada scialitica si avvicinano gli strumenti chirurgici e inizia quindi l’intervento vero e proprio.

Sebbene la modalità accelerata in time-lapse può rendere difficile la comprensione della sequenza di ciò che accade, ci tenevo a darvi l’idea di quanto lavoro vi sia dietro ad ogni intervento al fine di garantire che tutto vada per il meglio. E questo articolo rappresenta anche un modo per ringraziare di cuore tutti i medici e gli infermieri che collaborano con me e che rendono possibile ogni operazione nel migliore interesse dei pazienti.

Perché effettuare una visita specialistica ortopedica per patologia dell’anca

Una visita specialistica ortopedica all’anca è fondamentale per accertare il tipo di problematica e valutare se è necessaria una protesi. Ecco come si svolge la visita…

 

In ambito medico, e ancor più in quello ortopedico, nonostante la recente invasione della tecnologia, la visita medica è sempre fondamentale per fare diagnosi. Specificamente in caso di disturbi all’anca la visita specialistica ortopedica è assolutamente indispensabile per capire il problema ed ottenere una diagnosi corretta.

Da sempre, come insegnava il mio maestro:

non si deve fare diagnosi su una lastra o su una risonanza magnetica! 

 In questo articolo proverò a spiegare perché effettuare una visita ortopedica all’anca sia così importante al fine di una corretta diagnosi dell’artrosi dell’anca, cioè la coxartrosi. 

La diagnosi differenziale

 La fase di diagnosi differenziale è basata su:

  • anamnesi: la storia del disturbo
  • esame obiettivo: la visita
  • eventuali esami strumentali consigliati dallo specialista (e non da effettuare “a caso”).

 

Un dolore inguinale, frequente in caso di coxartrosi, non è solo dovuto all’ usura della cartilagine, ma può anche dipendere da una tendinite dell’ileopsoas o da una tendinite dei muscoli adduttori e del muscolo retto addominale (pubalgia).  

Oppure può esserci un’infiammazione ossea con edema osseo a livello della testa femorale, o, ancora, una più grave necrosi della testa femorale. Con un intervento tempestivo si potrebbe bloccare e limitare l’evoluzione in artrosi.

Il dolore anteriore alla coscia frequentemente è una cruralgia, cioè un’ infiammazione del nervo femorale che dipende quindi da una patologia della colonna vertebrale a livello lombare.

Altresì un dolore laterale alla coscia, sul trocantere (cioè quella zona che i pazienti mi descrivono generalmente come “anca”), difficilmente è una coxartrosi, ma più facilmente sarà una tendinite dei glutei o degli altri muscoli che si inseriscono sul grande trocantere. 

È chiaro che una diagnosi corretta può salvare da interventi inutili e potrebbe inoltre consentire una terapia preventiva, che limiti una degenerazione dell’articolazione.

Quando la diagnosi è di artrosi conclamata, allora diventa indispensabile un intervento di sostituzione con una protesi d’anca.  È importante intervenire nei tempi giusti per non compromettere altre strutture dell’organismo, ricordandosi che è molto raro che una patologia degenerativa di anca che richieda una protesi rappresenti un’urgenza.

 

Cosa è importante valutare nella visita specialistica ortopedica all’anca

foto zoppia visita specialistica ortopedica all'anca

Ma in cosa consiste una visita ortopedica all’anca? 

Iniziamo col dire che durante il controllo clinico, lo specialista ortopedico dovrà valutare alcuni aspetti per capire la reale entità del problema all’anca. Per prima cosa dovrà osservare il paziente mentre cammina per accertare se c’è un problema di zoppia causato dal dolore all’anca.

Se il paziente dovesse zoppicare, è importante stabilire il tipo di zoppia presente. Ne esistono infatti due forme principali:

  • Zoppia da insufficienza muscolare glutea: provoca una inclinazione del bacino dal lato opposto rispetto all’arto con muscolatura insufficiente. Questo induce a un’inclinazione del tronco dal lato stesso dell’insufficienza muscolare al fine di bilanciare l’inclinazione del bacino. Questo si chiama segno di Trendelemburg 

 

  • Zoppia di fuga. Ovvero quando il paziente effettua un passo rapido e breve perché quando appoggia la gamba dolente al suolo avverte dolore.

Durante la visita ortopedica, lo specialista dovrà anche valutare un’eventuale dismetria, vale a dire la differente lunghezza arti inferiori che può essere causata dal consumo delle componenti dell’articolazione.

Valutare il grado di movimento dell’articolazione

movimento articolazione anca

Terminati questi primi accertamenti, la visita ortopedica all’anca si focalizza sul cosiddetto “range of motion”, ovvero il grado di movimento dell’articolazione. 

Bisogna testare:

  • Flessione-estensione
  • Rotazioni interna ed esterna
  • Adduzione e abduzione (cioè avvicinare e allontanare l’arto dall’asse del corpo)

Questo aspetto merita un piccolo approfondimento. 

Se flessione ed estensione sono i movimenti tipici di un’articolazione e di più facile apprezzamento da parte del paziente, valutare attentamente la rotazione è fondamentale nella diagnosi di artrosi dell’anca perché una limitazione della rotazione interna rappresenta spesso un segnale tipico e di esordio di questa patologia.

Diversamente da quel che comunemente si pensa, i problemi di artrosi all’anca si concretizzano con dolori localizzati nella parte inguinale e non sulla zona laterale, cioè quella del trocantere.

Quali sono gli esami più importanti da effettuare

Nel caso di patologia artrosica dell’anca, una semplice radiografia (RX) è spesso sufficiente per valutare l’entità del consumo cartilagineo e quindi stabilire se è necessario un intervento chirurgico o meno. 

Nella maggior parte dei casi basta dunque un semplice esame di primo livello come la RX.

Nell’eventualità poi in cui la radiografia non sia sufficiente a fugare ogni dubbio, si può ricorrere ad esami di secondo livello come la risonanza magnetica. A quel punto lo specialista ortopedico avrà in mano tutti gli elementi di cui ha bisogno per valutare l’entità e la natura del problema e stabilire il percorso di cura migliore per il paziente.

Avere difficoltà a camminare o correre piuttosto che avvertire dolori muscolari o articolari sono sicuramente motivazioni più che sufficienti per rivolgersi ad uno specialista ed effettuare una visita ortopedica senza perdere tempo.

 

Quanto dura una protesi d’anca e che materiali si utilizzano

Quale è la durata media di una protesi d’anca ad oggi? Esistono differenze sostanziali nei materiali con cui viene realizzata la protesi? Scopriamolo…

Se devi sottoporti ad un intervento di protesi d’anca oppure ti è appena stata impiantata una protesi, probabilmente ti interesserà sapere quanto dura negli anni una protesi e quali sono i materiali utilizzati per realizzarla.

Ovviamente, questi sono temi fondamentali che qualsiasi chirurgo ortopedico e traumatologo deve chiarire con il proprio paziente prima di un’operazione.

Tuttavia è utile fare chiarezza anche per comprendere come le innovazioni tecnologiche in fatto di tecniche e materiali possano allungare notevolmente la durata di una protesi (come avevo sottolineato nel corso di questa intervista pubblicata su Il Giornale a seguito del congresso dell’Associazione degli ortopedici statunitensi 2017) assicurando la massima sicurezza per il paziente per molti anni.

Ma oggi c’è anche altro di cui parlare…

Quanto tempo dura una protesi d’anca?

Le statistiche sulla durata di una protesi d’anca sono diverse. Tuttavia possiamo affermare che la durata media un impianto realizzato a regola d’arte, in un paziente che pratica uno stile di vita corretto, è superiore ai 20 anni.

Naturalmente ci sono diversi fattori che incidono sulla sua longevità come ad esempio:

  • Traumi subiti

  • Peso

  • Sollecitazioni eccessive

  • Distacco delle componenti della protesi dall’osso

Ecco perché, poco fa, ho accennato allo stile di vita. Dobbiamo considerare che le prime protesi impiantate, ormai quasi un secolo fa, venivano realizzate in vetro e questo ci fa capire quanto la durata di un simile materiale fosse ridotta nel tempo.

Tutti i materiali sono soggetti ad usura, ma oggi le innovazioni tecnologiche in questo campo offrono indubbi vantaggi in termini di resistenza, flessibilità e leggerezza. Pensiamo solo che due sportivi come i tennisti Andy Murray e Bob Bryan sono stati operati all’anca al pari di molti altri personaggi famosi che compiono una vita particolarmente attiva.

Definire la durata di una protesi d’anca, quindi, è questione di materiali. Quali sono quelli più utilizzati oggi? Scopriamolo insieme.

Protesi d’anca, quali materiali si utilizzano

Capita spesso che i pazienti mi chiedano quale sia la protesi migliore per il loro caso. La verità è che non c’è una risposta esatta ed una sbagliata in assoluto.

Piuttosto, dobbiamo dire che ogni tipologia di protesi oggi è potenzialmente ottima sia in termini di affidabilità che di sicurezza. Certo, i materiali con cui si realizzano possono essere diversi così come le tecniche di realizzazione dell’intervento. Ogni tipologia presenta delle caratteristiche che la rendono ideale o meno al tipo di paziente e alla geometria della sua anca.

Fino a 20 anni fa venivano utilizzata soprattutto le protesi di tipo cementato mentre oggi questa tipologia viene impiegata quasi esclusivamente nei pazienti molto anziani con un osso di bassa qualità in termini di robustezza e resistenza alle sollecitazioni. Questo perché ci sono altri materiali che garantiscono una maggiore elasticità e autonomia nei movimenti senza rinunciare all’affidabilità come:

  • titanio

  • ceramica

  • polietilene

Ma quando si parla di materiali per le protesi d’anca di ultima generazione, il discorso è un po’ più complesso perché non esiste un solo materiale migliore di altri in assoluto ma ci si riferisce ad una combinazione di elementi: il tipo di stelo (la parte di protesi che viene impiantata nel femore) e il tipo di cotile (la parte viene impiantata nel bacino).

Non solo durata, ma anche comfort

Il chirurgo deve valutare attentamente lo spazio a disposizione e il tessuto muscolare per consentire alla protesi di inserirsi perfettamente e seguire i movimenti del corpo. E come abbiamo già detto, la scelta della combinazione di materiali dipende dall’età del paziente, dal tipo di patologia, dallo spazio a disposizione e da eventuali altre patologie presenti nel soggetto.

Perché lo studio dei materiali non è solo relativo alla loro longevità già particolarmente elevata, quanto piuttosto al loro comfort in termini di attrito durante il movimento. Ciò influisce sulla scelta dell’accoppiamento di materiali tra la superficie interna del cotile e la superficie della testina. Oggi i materiali più utilizzati sono l’accoppiamento ceramica-ceramica e l‘accoppiamento ceramica-polietilene.

Il perché è presto detto: la ceramica è un materiale molto liscio e inerte. Questo assicura un attrito minimo tra le componenti. Ma, allo stesso tempo, è un materiale relativamente fragile. Ecco perché vicino alla testina in ceramica si preferisce generalmente inserire un cotile realizzato in polietilene per conferire maggior sicurezza in caso di piccoli traumi o cadute, specie nei pazienti meno giovani.

Conclusioni

Insomma, le protesi d’anca oggi sono decisamente longeve anche perché vengono realizzate con materiali migliori rispetto a quelli che si utilizzavano in passato. Ma niente classifiche di materiali migliori o più duraturi. Perché è impossibile dire con esattezza quale sia l’opzione migliore per un paziente senza prima aver effettuato i dovuti studi del caso analizzando le radiografia dell’anca e aver esaminato attentamente ogni singolo caso clinico.

Il punto è che la durata dell’impianto protesico non dipende assolutamente dalla via d’accesso scelta (posteriore, anteriore o laterale diretta) bensì dalla corretta geometria di posizionamento delle componenti protesiche a dallo stile di vita adottato dal paziente.

Per massimizzare la durata nel tempo della protesi, bisogna scegliere la via d’accesso che permetta un posizionamento ideale delle componenti in base al tipo di paziente. Da parte sua, invece, il paziente dovrà avere riguardo della propria protesi facendo sì attività fisica, ma in modo cauto e responsabile.

Emergenza coronavirus, quando ricominceranno gli interventi all’anca e al ginocchio

Gli interventi all’anca e al ginocchio rimandati durante l’emergenza coronavirus riprenderanno prossimamente. Nel frattempo ecco qualche consiglio

Tutti abbiamo ancora negli occhi le immagini della vestizione del personale sanitario, simile a quella di un astronauta o le mille altre istantanee che in queste settimane sono diventate il simbolo di questa emergenza sanitaria. E per chi, come me, quelle sono più che immagini ma frammenti di vita quotidiana e lavoro in reparto, non è semplice scrivere quando i numeri di questa pandemia, nonostante rallentino, restano ancora alti.

Però scriverò, perché voglio spiegare perché tutti gli interventi chirurgici di tipo elettivo, ovvero quelli non di urgenza, sono stati annullati. E perché potrebbero riprendere presto.

Il fatto che operazioni programmate non urgenti come protesi di anca e al ginocchio siano state annullate è una scelta per tutelare la salute dei pazienti; in sostanza, durante queste settimane sono state garantite solo le attività chirurgiche oncologiche e di emergenza-urgenza.

Oltre a tutelare la salute dei pazienti, questa scelta ha permesso al personale medico di dedicarsi alla gestione dei pazienti ricoverati per Covid-19 rendendo disponibili più posti letto sia in reparto che in terapia intensiva. E sappiamo bene come, specie in Lombardia, fino a pochi giorni fa questo fosse un problema gravissimo.

Gli interventi all’anca e al ginocchio riprenderanno a Maggio?

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Oggi possiamo immaginare, o soprattutto sperare, che le operazioni di chirurgia elettiva (come la protesica di anca e di ginocchio e gli interventi ai legamenti) potranno riprendere nelle prossime settimane. Non c’è ancora una data certa, ma verosimilmente credo che una graduale ripresa potrà iniziare verso maggio. Sono fiducioso. Ma la priorità assoluta è sempre quella di garantire la sicurezza dei pazienti e quindi di tutti noi come cittadini.

In questo periodo non ho mai smesso questo “filo diretto” con i miei pazienti (tramite questo blog, i social media e tutti gli altri sistemi di comunicazione) perché so che questa situazione di emergenza coronavirus può aver causato forti disagi a chi avrebbe dovuto operarsi e a quanti si erano appena sottoposti ad un intervento e stavano iniziando un percorso di riabilitazione. È proprio per questo che abbiamo sempre mantenuto un ambulatorio aperto per gestire le problematiche ortopediche urgenti.

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I miei consigli se siete appena stati operati all’anca o al ginocchio

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Se siete stati da poco operati all’anca o al ginocchio il mio consiglio è quello di continuare il percorso di riabilitazione a casa eseguendo gli esercizi fisioterapici indicati.

Sui social in questi giorni sono comparsi molti post ironici sul rischio di prendere peso durante questo periodo di “quarantena”. Scherzi a parte, è importante seguire una dieta equilibrata ed evitare di sottoporre le articolazioni e le parti operate a sollecitazioni eccessive.

Evitate sforzi o situazioni di rischio che potrebbero causare cadute o nuovi traumi. Ma questo non vuol dire restare sdraiati tutto il giorno perché la sedentarietà ostacola il corretto percorso di recupero dopo interventi di questo tipo. Quindi bisogna cercare di mantenere un minimo di attività fisica con esercizi anche semplici ed eseguibili anche nelle case più piccole. Il web è pieno di video o app che ci possono dare una mano in questo senso

Quando previsto, seguite il programma riabilitativo prestabilito con l’eventuale fisioterapista in modo regolare e progressivo.

E se ci fosse un qualche tipo di problema che vi preoccupa, potete sempre espormi la questione sui miei canali social.

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I miei consigli se avreste dovuto operarvi all’anca o al ginocchio in questo periodo

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Come appena detto, sono fiducioso che gli interventi di chirurgia elettiva riprenderanno “presto”. Nel frattempo, proseguite la terapia analgesica e antiinfiammatoria qualora vi sia stata prescritta ed evitate di sottoporre l’articolazione da operare a particolari sollecitazioni.

Come abbiamo visto altre volte, specie nelle operazioni all’anca il tempismo è fondamentale per evitare rischiose complicazioni. Per questo è bene sapere che, solo in caso di emergenza come ad esempio una caduta o un nuovo trauma alla parte operata (o da operare), è comunque possibile recarsi in ospedale.

In ogni caso, il mio invito è quello di contattare il vostro medico curante prima di accedere al pronto soccorso, perché questo è sempre un posto dove si può rischiare di essere contagiati.

Che siate appena stati operati o che il vostro intervento sia stato rimandato per ragioni di sicurezza, io ci sono. Come sempre. Per qualsiasi informazione, dubbio o consiglio contattatemi.

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Protesi all’anca e ginocchio per artrosi: anestesia e degenza

Quale anestesia si sceglie per gli interventi di protesi all’anca e ginocchio per artrosi? Quanti giorni di degenza e quali i tempi di recupero necessari? Scopriamoli insieme

 

L’evoluzione dell’artrosi dell’anca e del ginocchio può portare le persone affette da queste patologie a doversi sottoporre a interventi chirurgici per l’impianto di protesi. Attualmente, questa risulta infatti la soluzione più efficace per ridurre il dolore, permettendo conseguentemente all’articolazione di riprendere una buona funzionalità.

La coxartosi, comunemente conosciuta come artrosi dell’anca, consiste in una graduale usura della cartilagine presente tra l’osso del bacino (acetabolo) e la testa del femore, andando nel concreto a eliminare quella parte che dovrebbe fungere da ammortizzante e lubrificante, lasciando il posto a sfregamenti dolorosi e sempre più difficoltosi, con una progressiva riduzione della qualità della vita. (Scopri quali sono i sintomi di artrosi all’anca).

Allo stesso modo, il problema legato alla perdita di cartilagine del ginocchio (gonartrosi), comporterà uno sfregamento doloroso delle ossa interessate (femore, tibia e rotula). Questo costringe i giunti a una situazione insostenibile per il paziente,  rendendo necessario il ricorso a una protesi.

Vediamo ora quale tipo di anestesia si utilizza per l’impianto di protesi all’anca e ginocchio…

Quale anestesia viene utilizzata per l’impianto di protesi all’anca e ginocchio?

Gli interventi per l’impianto di protesi all’anca e ginocchio possono essere eseguiti sia in anestesia generale che periferica, mediante ricorso a peridurale o spinale. La scelta verrà fatta dal chirurgo e dall’anestesista tenendo conto di una serie di fattori, quali:

  • Stato di salute del paziente al momento dell’intervento
  • Eventuali patologie da cui lo stesso è affetto
  • Conformazione della colonna vertebrale del paziente
  • Assunzione recente di farmaci o necessità di ricorrere quotidianamente ad alcuni di essi
  • Allergie note a farmaci e alimenti
  • Problematiche legate all’assunzione di alcool, fumo e droghe
  • Anestesie pregresse ed eventuali complicazioni occorse
  • Casi familiari di reazioni avverse a farmaci
  • Esperienza dell’anestesista ed eventuali protocolli di gestione ospedalieri

Solitamente, quando si opta per l’anestesia generale lo si fa per problemi legati alla coagulazione del sangue oppure alla colonna vertebrale che potrebbero ostacolare l’esecuzione e la diffusione dell’anestetico. Inoltre questa scelta riduce, secondo alcuni anestesisti, il rischio di trombosi non determinando una vasodilatazione. In questo caso il paziente durante tutto l’intervento non sarà cosciente e costantemente monitorato.

In alternativa si potrebbe optare per il ricorso all’anestesia peridurale. Questa prevede la desensibilizzazione di una parte del corpo mediante il blocco dei nervi del midollo spinale andando di fatto a eliminare qualsiasi sensazione di dolore. L’iniezione dell’analgesico avverrà mediante un catetere posizionato per l’appunto nello spazio epidurale; la puntura viene effettuata tra due vertebre.

Altra soluzione loco-regionale, al giorno d’oggi la metodica più usata, è l’anestesia spinale (o, più correttamente, anestesia subaracnoidea) che prevede un’iniezione dell’anestetico all’interno del sacco durale. Questa soluzione risulta però sconsigliata in pazienti affetti da particolari patologie a carico del sistema nervoso centrale e, ancora, in pazienti con gravi patologie della colonna vertebrale nelle quali risulta troppo difficoltosa l’iniezione dell’anestetico tra le vertebre.

Di norma gli interventi di impianto di protesi ad anca e ginocchio hanno una durata variabile da 45 minuti a 2 ore.

Degenza post operatoria: quali sono i tempi di recupero dopo l’impianto?

La degenza in reparto di ortopedia in seguito all’intervento ha solitamente una durata compresa tra i 4 e i 6 giorni, periodo durante il quale il paziente potrebbe soffrire di dolori post-operatori comunque superabili con appositi antidolorifici.

Dopo la dimissione dal reparto di ortopedia è consigliabile il trasferimento presso un reparto di riabilitazione per una progressiva rieducazione al passo, specialmente nei pazienti anziani che non camminavano più da qualche tempo.

Chi si sottopone a un’operazione per l’inserimento di una protesi all’anca potrebbe tranquillamente ritrovarsi in piedi già dopo poche ore dall’intervento. Questo però dipende da molti fattori intra e pre-operatori, come ad esempio la qualità dell’osso e dei tessuti molli. In seguito alle dimissioni si potrà poi procedere con la riabilitazione, impiegando stampelle per un periodo variabile dalle 2 alle 4 settimane, fino alla completa ripresa.

In seguito invece all’inserimento di una protesi al ginocchio le tempistiche per il recupero saranno leggermente più lunghe, più o meno dalle 4 alle 6 settimane minimo. Periodo durante il quale, oltre a sottoporsi a esercizi fisioterapici con ginnastica riabilitativa per recuperare la normale funzione articolare, bisognerà spostarsi impiegando le stampelle.

La durata delle attuali protesi impiantate varia dai 10 ai 20-25 anni per quelle alle anche e dai 10 ai 20 anni per quelle alle ginocchia, in base a numerosi fattori tra cui, in primis, l’integrazione dell’impianto con l’osso del paziente e lo stile di vita del paziente. In ogni caso risulta necessario sottoporsi a controlli periodici (con visita e radiografie) per valutarne lo stato.

Protesi all’anca, quali sono i tempi di recupero?

Le domande dei pazienti: “A breve dovrò sottopormi a un’operazione di protesi all’anca e devo tornare subito al lavoro. Quali sono i tempi di recupero?”. Ecco la risposta…

“Salve dottore, ho 38 anni e a breve dovrò sottopormi a un’operazione di protesi all’anca con via d’accesso anteriore. Vorrei sapere da lei se per questo tipo di operazioni è previsto un periodo di fisioterapia post-operatorio e la durata. Ho l’esigenza di tornare subito al lavoro, che svolgo per buona parte del tempo in piedi e al mio hobby, la corsa”.

Grazie, Giancarlo, 38 anni

Buongiorno sig. Giancarlo,

per questo tipo di intervento deve essere assolutamente previsto un periodo di fisioterapia post-operatorio. Qualunque intervento ortopedico, anche quelli meno impegnativi come la riparazione dei menischi in artroscopia (cioè mediante due piccoli fori sul ginocchio), richiede un certo periodo di riabilitazione per permettere i tempi biologici di guarigione.

La durata della riabilitazione nell’intervento di protesi d’anca è variabile da persona a persona.  Ma sicuramente prevede una prima fase “intensiva” con esercizi specifici mirati al recupero della mobilità e del tono muscolare associati a un parziale riposo.

Le prime settimane dopo l’operazione sono infatti delicate. Perché l’organismo necessita di tempo per “abituarsi” alla protesi e soprattutto per fare sì che questa si integri con l’osso del paziente. Questa prima fase dura circa 2-3 settimane e non dipende dalla via d’accesso scelta.

La via d’accesso anteriore ultimamente sta tornando in auge per il fatto che i muscoli non vengono recisi ma solo divaricati. Questo è vero, ma solo in parte, (come abbiamo visto in maniera più approfondita in questo articolo) dato che, quando l’articolazione è gravemente alterata, si rende comunque necessario sezionare i muscoli extra-rotatori per poter esporre i capi articolari e quindi operare.

Questa via può dare dei piccoli vantaggi nell’immediato post-operatorio. Ma ciò non deve far pensare al paziente che si possa evitare la fisioterapia tornando immediatamente alla vita quotidiana.

Il rientro alle normali attività deve avvenire progressivamente nel corso di circa 3 settimane. Sarebbe ottimale proseguire la fisioterapia per circa 6 mesi, anche a casa da soli una volta appresi correttamente gli esercizi da eseguire.

Questo è cruciale per il successo della protesi sul medio e lungo termine, che poi è e deve essere la preoccupazione primaria del paziente.

Certamente la mini-invasività ha permesso di migliorare la qualità di vita e di ridurre il dolore dopo l’intervento – consentendo anche ricoveri ospedalieri più brevi – ma la buona riuscita della protesi all’anca non può prescindere, oltre che dall’impianto della protesi stesso con geometria corretta, da una adeguata riabilitazione. È inutile quindi cercare tagli troppo piccoli o vie d’accesso “strane” per poi rischiare di impiantare la protesi “storta”.

Per quanto riguarda l’attività sportiva, non esistono particolari controindicazioni per gli operati con moderne protesi all’anca, ma la parola d’ordine deve essere: cautela. La ripresa dello sport deve essere progressiva e con tempi diversi a seconda del tipo di attività. Gli sport più indicati sono quelli senza impatto col suolo o contrasti come nuoto, trekking, bici, ballo o golf.

Ma tra i pazienti che ho operato negli anni c’è anche chi è tornato a praticare sport come corsa o al tennis. Non esistono specifiche limitazioni ma il buonsenso ci dice che correre la maratona, seppur fattibile, non è la scelta ideale perché potrebbe causare un’usura precoce della protesi!

Personalmente eseguo la maggior parte delle protesi d’anca con una via d’accesso posterolaterale (la più usata al mondo) e ho molte soddisfazioni da questa tecnica. Ultimamente sto anche riscoprendo la via anteriore. Uso il termine “riscoprire” perché non è una via d’accesso nuova: esiste già dagli anni ’60 e l’ho già praticata negli anni ’90 per poi temporaneamente abbandonarla visti i minimi vantaggi che offriva a discapito di alcuni svantaggi.

Con la via d’accesso postero-laterale mini-invasiva che eseguo da una decina d’anni i risultati che ottengo sono i seguenti: carico immediato in 24-48h, mobilizzazione già nelle prime ore post-operatorie, perdite ematiche simili alla via anteriore e risultati funzionali a 6 mesi sovrapponibili”.

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